L’insostenibile leggerezza (e basta)
C’è un piacere segreto, minuscolo e un po’ imbarazzante, che non sta scritto in nessun manuale di etica: quello che provo quando incontro qualcuno che non vedevo da un po’ e lo vedo sbiancare leggermente in volto.
Succede sempre allo stesso modo. Ci guardiamo. Silenzio. Testa inclinata di lato, come i cani quando sentono un rumore metafisico. Poi arriva la frase, pronunciata con cautela chirurgica:
“Ma… sei dimagrito?”
Ora, qui entra in scena l’ego. Non l’ego freudiano, quello complesso e pieno di conflitti. Parlo dell’ego più semplice, primitivo, quello che vive di sguardi e micro-reazioni altrui. Quello che, invece di rispondere subito, pensa: “Sì. Trenta chili. Guardami bene.”
Perché trenta chili non sono una variazione. Sono una revisione editoriale del corpo. Una seconda edizione, corretta e alleggerita. E quando l’altra persona, dopo qualche secondo, abbassa la voce e aggiunge:
“Stai bene… tutto a posto, vero?” capisco che il sospetto è scattato.
Malattia? Dolore? Un evento tragico non dichiarato?
E io, dentro, sorrido. Non fuori, ovviamente. Fuori mantengo un’espressione neutra, quasi filosofica, come se stessi per citare Spinoza. Dentro, però, l’ego si stropiccia le mani. Perché in quel momento il mio dimagrimento ha superato la soglia estetica ed è entrato nel territorio del perturbante. Non sono solo “in forma”. Sono “diverso abbastanza da preoccupare”.
Mi rendo conto allora che c’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo. Passiamo la vita a cercare di cambiare senza dare troppo nell’occhio, ma quando finalmente il cambiamento è evidente, vogliamo che sia notato. Anzi, vogliamo che sia MOLTO, TROPPO notato. Il sospetto di una malattia è il complimento estremo, il lato oscuro dell’ammirazione. È come dire: “Non pensavo fosse possibile ottenere questo risultato senza un dramma.”
A quel punto arriva la mia parte preferita. La rassicurazione.
“No, no, sto benissimo. Ho solo mangiato meno, pensato un po’ di più e camminato parecchio. Con un po’ di aiuto esterno ovviamente.”
Lo dico con la calma di chi ha attraversato un rito iniziatico ed è tornato indietro per raccontarlo.
L’altra persona ride, sollevata. Io pure. Ma la verità è che, per un istante, ho assaporato una forma purissima di vanità filosofica: l’idea che il mio corpo racconti una storia così evidente da essere scambiata per destino.
È egoistico? Certo. Ma è anche umano. E allora, dopo trenta chili in meno, posso concedere all’ego questo piccolo spuntino.
Purché sia leggero.