Steam Deck: il dispositivo che ha cambiato il gaming PC e riportato Linux al centro della scena

Quando Valve presentò Steam Deck nel 2021, gran parte dell’industria videoludica lo considerò semplicemente un nuovo tentativo di entrare nel mercato dell’hardware. In realtà, a distanza di alcuni anni, è evidente che il vero successo della console portatile non risiede soltanto nelle sue vendite o nella qualità del dispositivo, ma nell’aver trasformato profondamente il panorama del gaming su PC.

Steam Deck ha infatti ottenuto qualcosa che per oltre vent’anni sembrava impossibile: rendere Linux una piattaforma di gioco mainstream.

Un problema storico: il monopolio di Windows nel gaming

Per decenni il gaming su PC è stato praticamente sinonimo di Microsoft Windows. Le ragioni erano molteplici:

  • DirectX era lo standard dominante per lo sviluppo dei videogiochi.
  • La maggior parte degli engine era ottimizzata principalmente per Windows.
  • Gli sviluppatori consideravano Linux una nicchia troppo piccola per giustificare investimenti dedicati.
  • La frammentazione delle distribuzioni Linux scoraggiava il supporto ufficiale.

Anche quando alcuni studi pubblicavano versioni native Linux, queste spesso arrivavano in ritardo, ricevevano meno aggiornamenti oppure soffrivano di prestazioni inferiori rispetto alle controparti Windows.

Di conseguenza si era creato un circolo vizioso: pochi utenti Linux significavano pochi giochi, e pochi giochi significavano pochi utenti Linux.

La scommessa di Valve

Valve comprese molto presto il rischio di dipendere completamente da Windows.

Già nei primi anni 2010 l’azienda iniziò a investire nel supporto Linux, portando Steam sulla piattaforma e contribuendo allo sviluppo di tecnologie open source fondamentali.

Il vero punto di svolta arrivò però con Proton: basato su Wine ma profondamente modificato da Valve e dalla community, Proton consente di eseguire giochi Windows su Linux traducendo in tempo reale le chiamate DirectX verso Vulkan.

Per anni il progetto fu considerato un interessante esperimento tecnico. Con Steam Deck è diventato il pilastro di un’intera strategia industriale. Ma la scelta più coraggiosa di Valve è stata quella di costruire Steam Deck attorno a SteamOS, una distribuzione Linux basata su Arch Linux.

L’obiettivo non era convincere gli utenti a usare Linux. L’obiettivo era renderlo invisibile. L’utente accende la console, installa un gioco e gioca. Non è necessario conoscere il sistema operativo sottostante.

Questa scelta ha prodotto un effetto sorprendente: milioni di utenti hanno iniziato a utilizzare Linux senza nemmeno rendersene conto. Per la prima volta nella storia del gaming, Linux non era più una piattaforma alternativa riservata agli appassionati, ma il sistema operativo predefinito di un dispositivo di massa.

Quando Linux gira meglio di Windows

Uno degli aspetti più interessanti emersi negli ultimi anni riguarda le prestazioni.

Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, Proton non rappresenta sempre uno svantaggio. In numerosi casi i giochi mostrano prestazioni equivalenti o addirittura superiori rispetto a Windows.

Le ragioni tecniche sono diverse.

Overhead ridotto del sistema operativo

Linux tende a consumare meno risorse in background rispetto a Windows, e meno processi attivi significano maggiore disponibilità di CPU e memoria per il gioco.

Vulkan come vantaggio competitivo

La traduzione effettuata da Proton verso Vulkan ha avuto effetti inattesi.

Molti giochi sviluppati attorno a DirectX 11 beneficiano dell’efficienza dell’API Vulkan, soprattutto su sistemi con CPU limitate.

In alcuni scenari questo porta a frame rate più stabili e regolari rispetto all’esecuzione nativa su Windows.

Ottimizzazioni specifiche di Valve

Valve controlla completamente l’hardware di Steam Deck e il software che lo gestisce.

Questo approccio ricorda quello delle console tradizionali: il sistema operativo, i driver grafici e Proton vengono ottimizzati come un ecosistema unico.

Su Windows, invece, gli sviluppatori devono supportare una quantità enorme di configurazioni hardware differenti.

Un enorme contributo all’ecosistema open source

L’impatto di Steam Deck va ben oltre il videogioco.

Per supportare la propria piattaforma, Valve ha investito direttamente nello sviluppo di tecnologie open source fondamentali:

  • Mesa, la principale implementazione open source dei driver grafici Linux.
  • Vulkan.
  • DXVK, che converte DirectX 9, 10 e 11 in Vulkan.
  • VKD3D-Proton, dedicato alla traduzione delle API DirectX 12.
  • Wine e numerosi progetti correlati.

Molti miglioramenti finanziati da Valve oggi beneficiano l’intero ecosistema Linux, indipendentemente dall’utilizzo di Steam Deck.

Forse il cambiamento più importante è stato culturale.

Prima di Steam Deck, supportare Linux significava raggiungere una nicchia di utenti desktop. Oggi supportare Linux significa supportare direttamente una piattaforma commerciale di successo.

Gli sviluppatori sanno che ogni gioco pubblicato su Steam potrebbe essere eseguito da centinaia di migliaia o milioni di possessori di Steam Deck e questo ha modificato le priorità di molti studi.

Anche quando non viene realizzata una versione Linux nativa, sempre più team verificano ufficialmente la compatibilità con Proton durante lo sviluppo. La certificazione “Steam Deck Verified” è ormai diventata un parametro importante quanto il supporto per controller o risoluzioni ultrawide.

Il ritorno dei porting nativi Linux

Un altro effetto interessante riguarda il ritorno dell’interesse verso i porting nativi dopo che per anni la tendenza era stata quella di abbandonare completamente Linux, affidandosi esclusivamente a Wine o Proton.

Oggi alcuni sviluppatori e publisher stanno rivalutando il supporto nativo, soprattutto quando utilizzano motori grafici già compatibili con Linux e Vulkan.

Non si può ancora parlare di una rinascita completa del gaming Linux nativo, ma Steam Deck ha eliminato uno degli ostacoli principali: la mancanza di un mercato sufficientemente grande da giustificare l’investimento.

Un modello che potrebbe influenzare l’intero settore

Il successo di Steam Deck dimostra che il futuro del gaming PC non è necessariamente legato a Windows, per la prima volta esiste una piattaforma commerciale importante che utilizza Linux come sistema operativo principale e che offre un’esperienza paragonabile a quella delle console tradizionali.

Ancora più significativo è il fatto che questo risultato non sia stato ottenuto imponendo agli sviluppatori di adottare Linux, ma costruendo strumenti capaci di rendere trasparente la compatibilità.

Valve ha trasformato un vecchio problema di frammentazione e incompatibilità in un vantaggio competitivo.

Steam Deck verrà probabilmente ricordato come una delle console portatili più riuscite della sua generazione. Tuttavia il suo contributo più importante potrebbe essere un altro.

Ha dimostrato che Linux può essere una piattaforma di gioco credibile, moderna e competitiva. Ha accelerato lo sviluppo di tecnologie open source fondamentali. Ha costretto sviluppatori e publisher a considerare seriamente un ecosistema che per anni era stato ignorato.

Soprattutto, ha fatto qualcosa che pochi avrebbero ritenuto possibile: portare Linux nelle mani di milioni di videogiocatori senza chiedere loro di installare e imparare ad usare Linux.

Ed è proprio questa invisibilità, più delle specifiche hardware o delle vendite, il vero segreto del successo di Steam Deck.

La regola “AURea”

Oltre 1.500 pacchetti compromessi nell’AUR di Arch Linux: cosa è successo davvero?

Negli ultimi giorni la comunità di Arch Linux si è trovata ad affrontare uno dei più grandi incidenti di sicurezza mai registrati nell’Arch User Repository (AUR), con oltre 1.500 pacchetti coinvolti in una campagna malevola che ha sfruttato la fiducia degli utenti e i meccanismi di gestione della piattaforma.

Cos’è l’AUR?

Per capire l’accaduto bisogna prima sapere cos’è l’AUR.

L’Arch User Repository è una raccolta di pacchetti mantenuti direttamente dalla comunità. A differenza dei repository ufficiali di Arch Linux, i contenuti presenti nell’AUR non vengono controllati o certificati dagli sviluppatori del progetto. Chiunque può proporre, mantenere o adottare un pacchetto, e gli utenti possono installarlo utilizzando strumenti molto diffusi come yay o paru.

In pratica, l’AUR è uno dei punti di forza di Arch Linux perché offre accesso a migliaia di software aggiuntivi, ma richiede anche maggiore attenzione.

Come è avvenuto l’attacco

Secondo le analisi pubblicate dai ricercatori di sicurezza, gli attaccanti hanno preso di mira numerosi pacchetti “orfani”, cioè pacchetti abbandonati dai loro manutentori originali. Dopo averne ottenuto il controllo, hanno modificato gli script di installazione inserendo codice malevolo.

A prima vista gli aggiornamenti sembravano normali. In realtà, durante la fase di installazione o aggiornamento venivano scaricati componenti aggiuntivi progettati per raccogliere informazioni sensibili, come credenziali, token di accesso e altri dati presenti sul sistema. Alcuni rapporti parlano persino di funzionalità assimilabili a quelle di un rootkit, cioè software progettati per nascondere la propria presenza sul computer compromesso.

L’aspetto più insidioso è che gli utenti non stavano installando software sconosciuti, ma pacchetti che in molti casi esistevano da tempo e godevano già della fiducia della comunità.

Chi è stato colpito?

È importante chiarire un punto: i repository ufficiali di Arch Linux non sono stati compromessi. Il problema ha riguardato esclusivamente l’AUR.

Questo significa che gli utenti che installano software soltanto dai repository ufficiali non sono stati coinvolti dall’incidente. Il rischio riguarda invece chi utilizza abitualmente pacchetti provenienti dall’AUR e li ha installati o aggiornati durante il periodo interessato dall’attacco.

Nel frattempo il team di Arch Linux ha avviato un’operazione di pulizia, bloccando attività sospette e rimuovendo i pacchetti compromessi.

Perché questa notizia è importante anche per chi non usa Arch Linux

L’episodio non riguarda soltanto Arch Linux. È un esempio di quello che viene definito “supply chain attack”, cioè un attacco alla catena di distribuzione del software.

Invece di colpire direttamente gli utenti, gli aggressori compromettono un elemento considerato affidabile — un repository, una libreria, un componente software — e sfruttano la fiducia che le persone ripongono in esso. Una volta che il canale di distribuzione viene compromesso, il malware può diffondersi rapidamente.

Negli ultimi anni questo tipo di attacchi è diventato sempre più frequente e rappresenta una delle principali preoccupazioni nel mondo della sicurezza informatica.

Cosa ci insegna questa vicenda

Ogni incidente di sicurezza lascia delle lezioni importanti.

1. La fiducia non può essere automatica

Molti utenti tendono a considerare sicuro qualsiasi software installato tramite un gestore di pacchetti. In realtà esistono diversi livelli di affidabilità. I repository ufficiali e quelli gestiti dalla comunità non offrono necessariamente le stesse garanzie.

2. La comodità ha sempre un costo

L’AUR è estremamente comodo perché permette di installare praticamente qualsiasi software con pochi comandi. Tuttavia questa comodità richiede una maggiore responsabilità da parte dell’utente, che dovrebbe verificare cosa sta installando e da chi viene mantenuto il pacchetto.

3. La sicurezza è anche un problema organizzativo

L’attacco non ha sfruttato una falla tecnica particolarmente sofisticata. Gli aggressori hanno approfittato di processi e dinamiche della comunità, come l’adozione di pacchetti abbandonati. Questo dimostra che la sicurezza non dipende solo dal codice, ma anche dalle procedure e dalla governance di un progetto.

4. Nessun ecosistema è immune

Spesso gli utenti Linux guardano con sospetto le minacce che colpiscono Windows o macOS. La realtà è che qualsiasi ecosistema sufficientemente diffuso può diventare un bersaglio interessante. La differenza la fanno i controlli, la trasparenza e la rapidità con cui gli incidenti vengono individuati e gestiti.

In conclusione

L’incidente che ha coinvolto oltre 1.500 pacchetti dell’AUR rappresenta un campanello d’allarme per tutta la comunità open source. Non mette in discussione la qualità di Arch Linux né la validità dell’AUR come progetto, ma ricorda un principio fondamentale: la sicurezza non è mai qualcosa che si può dare per scontato.

Anche negli ecosistemi più aperti e collaborativi, la fiducia deve essere accompagnata da verifiche, controlli e buone pratiche. È proprio questa attenzione continua che permette alle comunità open source di reagire e migliorare dopo ogni incidente.

Aggiornamento

Al momento della pubblicazione dell’articolo c’erano poco più di 1500 pacchetti compromessi sull’Arch User Repository (AUR). L’elenco dei pacchetti interessati è aumentato rapidamente e ora se ne contano quasi 2.000. Si tratta di un numero ENORME.

E’ stato segnalato che gli attacchi stavando continuando “con codice offuscato” e un altro rapporto nelle prime ore di questa mattina indicava che erano diventati “un po’ più elaborati”. Non tutti i problemi di packaging sono gravi come l’ondata iniziale di tentativi di furto di credenziali; alcuni si limitano ad aggiungere messaggi assurdi in russo.

Gli sviluppatori e i manutentori di AUR dovranno sicuramente ripensare al modo in cui viene gestito il servizio. Sebbene sia un’ottima idea permettere a chiunque di creare pacchetti di applicazioni aggiuntive mancanti nei repository ufficiali Arch, qualsiasi cosa lasciata aperta in qualche modo causerà problemi. Soprattutto ora che Linux è più popolare che mai, qualsiasi cosa legata a Linux come questa diventerà un bersaglio più appetibile. E con i bot basati sull’IA, colpire nel modo giusto è diventato molto più facile.

Sarà necessario almeno un minimo di controllo umano. Altrimenti, questo non sarà certo l’ultimo caso in cui vedremo l’AUR alle prese con problemi di sicurezza.

Big Brother is watching *YOU*

Perché le leggi sul controllo dell’età online sono inutili (e pericolose)

Negli Stati Uniti e in Europa sta emergendo una nuova ondata di leggi che impongono la verifica dell’età per accedere ai social network, ai servizi online e perfino ai sistemi operativi. Politicamente vengono presentate come misure per “proteggere i minori”, ma nella pratica rischiano di essere inefficaci, facilmente aggirabili e dannose per la privacy.

Cosa stanno facendo USA ed Europa

Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le iniziative:

  • L’Unione Europea ha annunciato nel 2026 un’app ufficiale per verificare l’età online, che utilizza documenti d’identità o biometria per consentire l’accesso ai servizi digitali.
  • Diversi Paesi europei stanno valutando limiti tra i 13 e i 16 anni per i social network e restrizioni più severe.
  • Il Parlamento europeo ha anche proposto un’età minima di 16 anni per social media e AI, con accesso solo con consenso dei genitori sotto quella soglia.
  • Negli Stati Uniti, varie leggi statali richiedono la verifica dell’età sui social come in Tennessee, Nebraska, Virginia e altri stati.
  • Ancora più radicale è la California Digital Age Assurance Act, che impone perfino ai sistemi operativi di classificare l’età dell’utente durante la configurazione del dispositivo.

In altre parole, si sta passando dal controllo dei social al controllo dell’intero ecosistema digitale.

Il problema fondamentale: sono leggi facilmente aggirabili

Queste norme partono da un presupposto errato: che sia possibile controllare l’età online in modo efficace.

In realtà, esistono già numerosi metodi semplici per aggirarle:

1. Usare il dispositivo di un adulto

Il caso più ovvio: un minorenne può semplicemente usare:

  • il telefono dei genitori
  • il computer di un fratello maggiore
  • un account già verificato

Questo rende inutile la verifica a livello di dispositivo o sistema operativo.

2. Far creare l’account a un maggiorenne

Basta chiedere:

  • ai genitori
  • a un amico maggiorenne
  • a un parente

È lo stesso problema già visto con:

  • limiti di età nei videogiochi
  • limiti di età sui social (13 anni)
  • contenuti per adulti online

Nessuno di questi ha mai funzionato davvero.

3. VPN e tecniche di bypass

Anche le autorità riconoscono che questi sistemi possono essere aggirati:

  • uso di VPN
  • condivisione dispositivi
  • account condivisi

Questo significa che gli utenti più motivati li aggireranno, mentre gli altri subiranno solo più limitazioni.

L’effetto reale: colpiscono gli adulti, non i minori

Il risultato concreto di queste leggi è:

  • più burocrazia per tutti
  • richiesta di documenti personali
  • maggiore raccolta dati
  • riduzione dell’anonimato online

Ma senza eliminare davvero l’accesso dei minori.

In pratica:

  • I minori continueranno ad accedere
  • Gli adulti perderanno privacy e libertà

È un classico caso di sicurezza teatrale: misure visibili ma inefficaci.

Il precedente storico: ogni controllo è stato aggirato

Internet è pieno di esempi:

  • “Hai più di 18 anni?” → clic su “Sì”
  • Età minima 13 anni sui social → milioni di bambini sotto i 13 già presenti
  • Filtri parentali → facilmente disattivabili

Il problema non è tecnico, è strutturale: l’identità online non coincide con la persona reale.

Il vero rischio: normalizzare l’identificazione obbligatoria

Il punto più critico non è l’inefficacia, ma il precedente che si crea:

  • verifica dell’età oggi
  • identità digitale obbligatoria domani
  • accesso controllato alla rete dopodomani

Una volta introdotto il principio, estenderlo diventa facile.

La conclusione

Le leggi sul controllo dell’età online sembrano rassicuranti, ma in realtà:

  • sono facilmente aggirabili
  • non risolvono il problema
  • aumentano la sorveglianza
  • riducono la privacy

E soprattutto, ignorano la realtà più semplice:
se un minorenne vuole accedere, troverà sempre un adulto che lo farà per lui.

Non è una questione tecnica.
È una questione sociale.

E nessuna legge tecnologica può sostituire il ruolo dei genitori e dell’educazione digitale.


Il caso dell’app europea hackerata: privacy o cavallo di Troia?

Un elemento che rafforza ulteriormente le critiche riguarda il recente episodio dell’app europea per la verifica dell’età, che secondo diverse analisi è stata aggirata in pochi minuti.

Il motivo tecnico è particolarmente significativo:
l’app si fidava del dispositivo invece di verificare realmente l’identità dell’utente.

E questo, dal punto di vista della sicurezza, è un errore basilare.

Chiunque lavori nella sicurezza informatica sa che:

  • il dispositivo è sempre controllabile dall’utente
  • il dispositivo può essere modificato
  • il dispositivo può essere emulato

In altre parole, fidarsi del dispositivo equivale a perdere la partita fin dall’inizio.

L’ipotesi più controversa: era hackerabile di proposito?

Alcuni osservatori hanno sollevato una riflessione più inquietante:
e se questa debolezza non fosse stata un errore, ma una scelta?

Secondo questa interpretazione, lo schema sarebbe il seguente:

Fase 1 — Presentare un’app “rispettosa della privacy” ma hackerabile
Per evitare critiche, si introduce un sistema che non raccoglie troppi dati personali e che appare “privacy-friendly”.

Fase 2 — Farsi hackerare (o essere facilmente aggirati)
Il sistema inevitabilmente viene aggirato, generando titoli mediatici e allarme pubblico.

Fase 3 — Rimuovere la privacy per “aggiustare” il problema
A questo punto si propone una versione più invasiva:

  • verifica con documenti
  • biometria
  • identità digitale obbligatoria

Il tutto giustificato con la necessità di “rendere il sistema più sicuro”.

Il risultato: sorveglianza venduta come sicurezza

Il rischio di questo approccio è evidente:

  • prima si introduce un sistema debole
  • poi si dimostra che non funziona
  • infine si giustifica un sistema più invasivo

Il risultato finale potrebbe essere uno strumento di sorveglianza venduto come soluzione tecnica.

Naturalmente, questa è una lettura critica e non necessariamente l’intenzione reale delle istituzioni. Tuttavia, il precedente storico mostra che spesso le misure temporanee tendono a diventare permanenti e che le crisi tecniche vengono utilizzate per introdurre controlli più estesi.

Il problema non è solo tecnico, ma politico

Indipendentemente dalle intenzioni, resta un fatto:

se la soluzione proposta a ogni fallimento tecnico è:

  • più identificazione
  • più controllo
  • più raccolta dati

allora il risultato finale sarà inevitabilmente una rete sempre meno libera e sempre più tracciata.

E tutto questo per risolvere un problema — l’accesso dei minori — che, come visto, rimane comunque facilmente aggirabile.

Ancora una volta, si rischia di creare una perdita certa di privacy per ottenere un beneficio incerto e probabilmente nullo.

Ed è proprio questo il paradosso delle leggi sul controllo dell’età:
più diventano invasive, meno diventano giustificabili.

P.S.: astenersi commenti tipo: “Per me non è un problema perché non ho niente da nascondere.”. Grazie.

In difesa dei difensori

Viviamo in un’epoca ossessionata dall’inizio.
Il nuovo progetto. La nuova feature. La nuova startup. La nuova versione che “cambia tutto”.

Nel mondo digitale, l’eroe è quasi sempre chi crea qualcosa dal nulla: lo sviluppatore geniale, il fondatore visionario, l’innovatore che promette di riscrivere le regole del gioco. A loro vanno gli applausi, i titoli, i finanziamenti.

Eppure, c’è un’altra categoria di persone senza le quali nessuna di queste storie avrebbe un lieto fine.

Sono quelli che mantengono.

Non lanciano prodotti. Non fanno keynote. Non “disrompono” (passatemi l’inglesismo) nulla. Passano le giornate a sistemare codice scritto anni prima, a correggere bug noiosi, a mettere pezze su sistemi che nessuno osa più toccare. Tengono in piedi infrastrutture invisibili che, se smettessero di funzionare, farebbero crollare tutto nel giro di poche ore.

Il paradosso è che più fanno bene il loro lavoro, meno ce ne accorgiamo.


Il problema non è creare. È far durare.

Ogni sistema complesso tende al caos se viene abbandonato.
Vale per il software, per le aziende, per il corpo umano, per le relazioni.

Nel codice lo chiamiamo “debito tecnico”: scorciatoie prese in passato che prima o poi presentano il conto. Ma lo stesso meccanismo esiste ovunque. Rimandare la manutenzione funziona… fino a quando non funziona più.

La nostra cultura, però, premia quasi esclusivamente la crescita e la novità. Costruire qualcosa di nuovo è sexy. Prendersi cura di ciò che esiste è percepito come un segno di stallo, quando invece è spesso il lavoro più difficile e più importante.

Un sistema che sopravvive dieci, venti, trent’anni non lo fa per caso. Resiste perché qualcuno lo osserva, lo capisce, lo aggiusta con pazienza. Non è brillante. È competente. Non è veloce. È solido.


Il culto del “legacy” (che non dovrebbe essere un insulto)

Nel linguaggio tech, “legacy” è quasi una parolaccia.
Codice vecchio, architetture datate, tecnologie non più alla moda.

Eppure, ciò che è rimasto in funzione a lungo ha superato innumerevoli stress test reali: cambi di team, di mercato, di carico, di aspettative. Spesso è molto più affidabile di soluzioni nuove di zecca che non hanno ancora incontrato la dura realtà.

Lavorare su questi sistemi richiede una forma di intelligenza diversa: meno orientata all’ego, più attenta al contesto. Non si tratta di dimostrare quanto si è bravi, ma di evitare che tutto si rompa.

È un lavoro silenzioso. Ed è proprio per questo che viene sottovalutato.


Forse stiamo celebrando gli eroi sbagliati

Immaginiamo una cultura che dia valore non solo a chi inizia, ma a chi continua.
Che non guardi solo all’esplosione iniziale, ma alla capacità di resistere nel tempo.

In questa cultura, il manutentore non è una figura di secondo piano. È il custode della stabilità. Colui che impedisce al mondo — digitale e non — di degradarsi più velocemente di quanto sia necessario.

Non tutto deve essere reinventato. Molte cose devono semplicemente essere tenute in vita con competenza e cura.

E se iniziassimo a raccontare anche queste storie, il nostro rapporto con il lavoro, la tecnologia e perfino con il tempo probabilmente sarebbe un po’ più sano.

Il mio canto libero

Da quando ho un PC, ed esattamente dall’epoca delle CPU Intel 8088 a 4.77 MHz, ho sempre utilizzato dei sistemi operativi chiusi e proprietari: MS-DOS all’inizio, passando per tutte le versioni di Windows, con un breve intermezzo a suo tempo con OS/2, e poi MacOS, sia su Macintosh che su PC. Quindi ho sviluppato una buona esperienza e conoscenza che mi permette da molti anni di svolgere a tempo perso attività di assistenza tecnica su praticamente qualsiasi sistema operativo e di riconoscerne “dall’interno” pregi e difetti.

Da qualche anno, però, ho preso una decisione che per molti può sembrare radicale: utilizzare esclusivamente software libero. Non è stata una scelta improvvisa, né dettata da una moda passeggera. E’ il risultato di un percorso fatto di riflessioni, tentativi, qualche frustrazione e molte scoperte entusiasmanti.

Il primo motivo è etico. Ogni volta che accendo un computer o uso un programma sto affidando un pezzetto della mia vita a quel software: i miei testi, le mie foto, i miei dati personali. Con il software libero ho la garanzia che il codice sia aperto e verificabile, che non ci siano pratiche occulte di sorveglianza o restrizioni arbitrarie. E’ una forma di rispetto reciproco: io posso usare il programma liberamente e in cambio chi lo sviluppa non mi impone catene invisibili.

Il secondo motivo è pratico. Col tempo ho capito che la flessibilità e la trasparenza del software libero non sono un lusso, ma un vantaggio concreto. Posso adattare gli strumenti alle mie esigenze, trovare alternative leggere quando il mio computer non è all’ultima moda, e soprattutto posso contare su una comunità di persone disposte ad aiutare e condividere conoscenza. Non è la solita assistenza impersonale: è un dialogo tra esseri umani mossi dalla stessa passione.

C’è poi la questione culturale. Scegliere software libero significa entrare in una logica di condivisione e collaborazione che va oltre lo strumento tecnologico. E’ un ottimo modo per dire: credo che il sapere debba essere accessibile, che la creatività cresca meglio se coltivata in comune. Non è un dettaglio, è un pezzo importante di come immagino il mondo.

Naturalmente, questa scelta non è priva di compromessi. Per ovvi motivi, ho deciso di escludere i videogiochi da questa regola. Non perché non apprezzi i progetti di gaming open source – ce ne sono di affascinanti e ben fatti – ma perché il panorama videoludico mainstream è dominato da produzioni proprietarie. Se volessi applicare la stessa rigidità anche al gioco, significherebbe rinunciare a esperienze artistiche, narrative e culturali che da sempre fanno parte della mia vita. I videogiochi sono, in fondo, un medium espressivo a sé, e preferisco considerarli un’eccezione, un terreno dove la regola del software libero non trova ancora sufficiente terreno fertile.

Così mi muovo in questa nuova quotidianità: lavoro, scrittura, navigazione e creatività sorretti da strumenti liberi, e un angolo riservato al gioco che resta ancorato al mondo proprietario. E’ un equilibrio imperfetto, certo, ma umano. Un compromesso che non indebolisce la scelta di fondo: la convinzione che la libertà digitale non sia un’astrazione, ma qualcosa che si può vivere, un clic dopo l’altro.

This is a test of the emergency broadcast system

I Rischi e i Pericoli dell’Intelligenza Artificiale

L’intelligenza artificiale (IA) sta trasformando rapidamente il nostro mondo, offrendo innovazioni straordinarie in molti settori. Tuttavia, insieme ai benefici, emergono anche rischi e pericoli che meritano attenzione e gestione responsabile.

Uno dei principali pericoli riguarda la sicurezza. Algoritmi avanzati possono essere sfruttati per scopi malevoli, come la creazione di deepfake, cyber attacchi automatizzati e manipolazione dell’informazione. La disinformazione generata dall’IA può influenzare l’opinione pubblica e minacciare la stabilità politica.

Un altro rischio significativo è la perdita di posti di lavoro. L’automazione, resa possibile dall’IA, sta sostituendo molte mansioni umane, specialmente in settori come la produzione industriale, il customer service e persino la medicina. Ciò potrebbe portare a una crisi occupazionale e all’aumento delle disuguaglianze sociali.

Un aspetto critico è anche la mancanza di trasparenza degli algoritmi. Molti sistemi IA sono delle “scatole nere”, il che significa che nemmeno i loro creatori comprendono completamente il processo decisionale. Questo solleva questioni etiche, soprattutto in ambiti come la giustizia e la finanza, dove errori o bias possono avere conseguenze gravi.

Infine, il pericolo più temuto è quello legato allo sviluppo di un’IA superintelligente che possa sfuggire al controllo umano. Molti esperti, tra cui Elon Musk e il fisico Stephen Hawking, hanno avvertito dei potenziali rischi esistenziali legati a una IA che potrebbe agire in modo indipendente e con obiettivi non allineati a quelli umani.

Per affrontare questi problemi, è essenziale sviluppare regolamentazioni efficaci, promuovere un uso etico dell’IA e sensibilizzare il pubblico sui suoi potenziali pericoli. Solo con un approccio consapevole e responsabile sarà possibile sfruttare l’intelligenza artificiale in modo sicuro e benefico per l’umanità.

(contenuto generato da chatgpt)

Sindrome cinese

Ogni tanto, quando ho bisogno di acquistare qualcosa di cui non mi interessa la massima qualità, o quando non ho fretta di ricevere la merce, do un’occhiata e acquisto su Aliexpress.

Ultimamente, avendo rimediato una CPU da un PC cannibalizzato, ho fatto un upgrade ad un vecchio iMac di quelli bianchi, che uso in laboratorio, un 20″ del 2006 (iMac4,1) montando un Core2Duo al posto del CoreDuo e flashandolo con il firmware dell’iMac del 2007 (iMac5,1). Le macchine sono perfettamente identiche a livello di hardware con la sola eccezione della CPU installata. La cosa buona è che contrariamente a quello del 4,1 il firmware del 5,1 riesce ad indirizzare 4 GB di RAM.

Ho così acquistato, come dicevo prima, su Aliexpress (insieme ad altre cose) due banchi so-dimm da 2GB DDR2-667 PC5300 (il controller della memoria dell’iMac non regge le DDR2-800), e quando sono arrivate per prima cosa le ho testate singolarmente. Il Mac con una si avvia ma il sistema crasha appena parte il WindowServer, con la rotella colorata che gira, e non arriva al desktop.

L’altra so-dimm non funziona per niente né viene in alcun modo riconosciuta dal Mac: quando la inserisco il Mac si accende ma non “bonga” e il led POWER rimane illuminato indefinitamente. Ho quindi contattato Aliexpress inviando i video del comportamento del Mac con le RAM installate chiedendo una sostituzione o, in subordine, un rimborso ma Aliexpress ha respinto il mio reclamo. Fortunatamente si trattava di un ordine da poco più di 7€, quindi ora so che non posso più fidarmi di loro per qualcosa di più prezioso.

Siccome le RAM mi servivano sono andato su Amazon come avrei dovuto fare dal primo momento che mi è venuto in mente di fare questo upgrade, ed ho preso due moduli certificati Apple a 14€ che arriveranno domani.

Occhio quando comprate cinese pensando di risparmiare.

Addendum del 6 marzo: ho rilasciato una recensione negativa con 1 stella (non è possibile darne di meno) sul sito di Aliexpress. Hanno pubblicato la recensione ma hanno aggiunto d’iniziativa altre 4 stelle. Di nuovo, occhio ad affidarvi alle recensioni che pubblicano o alle stelle assegnate ai prodotti.

L’elefante nella stanza

Dopo l’articolo su GNU/Linux vorrei parlarvi di quello che nella mia vita “social” ha preso il posto di Twitter, che ho abbandonato dopo l’acquisizione da parte di Elon Musk: Mastodon.

Mastodon è una piattaforma di social media che si distingue per il suo modello federato, che permette agli utenti di connettersi e interagire senza essere vincolati a una singola entità centralizzata. In pratica, Mastodon non è un unico sito, ma una rete di server indipendenti, noti come “istanze”, che possono dialogare tra loro, creando una struttura decentralizzata e più libera rispetto ai tradizionali social media centralizzati come Facebook o Twitter.

Questa federazione è fondamentale per garantire la libertà di espressione, la privacy e il controllo sui propri dati. Ogni istanza su Mastodon è gestita autonomamente e può stabilire le proprie regole, permettendo una gestione più personalizzata delle interazioni e una maggiore tutela degli utenti. Inoltre, grazie a questo sistema distribuito, non esiste una singola entità che possa monopolizzare i contenuti o manipolare gli algoritmi in base a logiche commerciali.

L’importanza di un social federato come Mastodon risiede anche nella possibilità di sfuggire al controllo dei colossi tecnologici che dominano la scena digitale. In un’epoca in cui la centralizzazione dei dati e l’influenza delle piattaforme sui comportamenti sociali sono cresciuti esponenzialmente, Mastodon rappresenta un’alternativa che promuove la diversità, la trasparenza e la sovranità digitale.

In sostanza, Mastodon non solo offre un’alternativa alle piattaforme tradizionali, ma apre anche la strada a un futuro digitale più inclusivo e democratico.

Per chi fosse interessato, mi trovate come @lucaspeed@mastodon.uno

Apologia di Linux Mint, in otto punti

Linux Mint è una distribuzione del sistema operativo GNU/Linux che ha guadagnato un’enorme popolarità grazie alla sua interfaccia utente semplice, stabile e altamente personalizzabile.
Distrowatch lo pone al primo posto con un considerevole distacco dal secondo, MX Linux. Con una community attiva e una costante evoluzione, Linux Mint è una scelta ideale per chi desidera un sistema operativo alternativo a Windows o macOS per l’uso quotidiano. Se stai considerando di passare a Linux Mint come sistema operativo principale per il tuo PC di casa, ecco alcuni motivi per cui questa scelta potrebbe essere vantaggiosa.

  1. Un’interfaccia intuitiva e familiare

Una delle caratteristiche che distingue Linux Mint dalle altre distribuzioni Linux è la sua interfaccia utente. Mint offre tre varianti di desktop environment: Cinnamon, MATE e Xfce, ognuna delle quali può essere adattata alle preferenze dell’utente. Tra queste, Cinnamon è la più popolare e si ispira all’interfaccia di Windows, il che rende il passaggio da un PC Windows a Linux Mint particolarmente facile per i principianti.

L’interfaccia di Cinnamon è moderna e pulita, con un menu di avvio simile a quello di Windows, ma con funzionalità aggiuntive che migliorano l’esperienza dell’utente, come l’integrazione dei programmi più utilizzati nella barra delle applicazioni e il supporto per le finestre a schede.

  1. Semplicità e stabilità

Linux Mint è conosciuto per la sua stabilità. Basato su Ubuntu LTS (Long Term Support), offre un sistema che riceve aggiornamenti regolari e supporto a lungo termine, ma senza sacrificare la stabilità del sistema. Questo lo rende ideale per un uso quotidiano senza interruzioni o problemi imprevisti.

A differenza di altre distribuzioni più orientate verso gli utenti esperti, Linux Mint fornisce una configurazione iniziale più semplice e una gestione dei pacchetti intuitiva, con il suo Software Manager che permette di scaricare, installare e aggiornare facilmente le applicazioni. Inoltre, la distribuzione fornisce un supporto ampio per driver hardware, evitando problemi di compatibilità che potrebbero verificarsi su altre piattaforme.

  1. Alta personalizzazione

Una delle ragioni per cui gli utenti Linux sono così entusiasti della loro piattaforma è la possibilità di personalizzare ogni aspetto del sistema. Linux Mint non fa eccezione. Con pochi clic, puoi modificare l’aspetto e il comportamento del sistema operativo, dalle icone alla gestione della finestra. Puoi anche installare facilmente temi e aggiungere funzionalità tramite il Cinnamon Spices, un marketplace di estensioni e app che ti permette di arricchire il tuo desktop.

Inoltre, puoi scegliere tra una vasta gamma di applicazioni open source che offrono alternative gratuite a software commerciali, eliminando i costi di licenza e mantenendo il controllo completo sul tuo sistema.

  1. Performance e leggerezza

Linux Mint è noto per la sua efficienza nell’utilizzo delle risorse del sistema. Le varianti MATE e Xfce, in particolare, sono molto leggere e adatte a macchine con hardware meno potente, come PC più vecchi o portatili con risorse limitate. Anche la versione Cinnamon, pur essendo la più avanzata in termini di funzionalità, è abbastanza leggera da funzionare bene anche su computer non recenti, a condizione che abbiano risorse minime decenti.

Questo significa che Linux Mint è in grado di dare nuova vita a computer più datati, migliorando la loro velocità e reattività senza bisogno di aggiornamenti costosi.

  1. Supporto a software di terze parti e compatibilità con i file Windows

Linux Mint è compatibile con un’ampia varietà di applicazioni, sia native che per Windows, grazie a strumenti come Wine e PlayOnLinux. Ciò significa che puoi eseguire molte applicazioni Windows sul tuo PC Linux Mint senza troppi problemi.

Inoltre, Mint supporta nativamente file di formato MS Office e può aprire documenti, fogli di calcolo e presentazioni senza bisogno di software aggiuntivi, utilizzando programmi come LibreOffice, che è preinstallato.

  1. Sicurezza e privacy

Un altro punto forte di Linux Mint è la sicurezza. A differenza di Windows, Linux ha una struttura di autorizzazioni utente molto più rigida che limita le possibilità di infezione da malware. Inoltre, Linux Mint non raccoglie dati sugli utenti e garantisce una maggiore privacy rispetto ad altri sistemi operativi, il che può essere un fattore importante per chi è attento alla propria sicurezza online.

  1. Aggiornamenti e manutenzione facili

Gli aggiornamenti su Linux Mint sono rapidi e non invasivi. Il sistema si occupa di scaricare e installare le nuove versioni in modo efficiente, senza rallentamenti o interruzioni significative. L’utente può anche scegliere di differire gli aggiornamenti per evitare interruzioni durante il lavoro.

Il Gestore degli Aggiornamenti di Mint è uno strumento intuitivo che semplifica l’intero processo, mentre il Gestore dei Driver aiuta a identificare e installare automaticamente i driver necessari per il corretto funzionamento del hardware.

  1. Costi ridotti e accesso al software Open Source

Linux Mint è completamente gratuito, il che lo rende una scelta economica per chiunque desideri un sistema operativo potente senza doversi preoccupare dei costi di licenza come accade con Windows o macOS. Inoltre, la maggior parte delle applicazioni che puoi installare su Mint sono open source e gratuite, il che significa che hai accesso a una vasta gamma di software senza dover pagare licenze costose.

Conclusioni

Linux Mint è un sistema operativo che si distingue per la sua facilità d’uso, stabilità e flessibilità, ed è una scelta eccellente per chi cerca un’alternativa a Windows o macOS per l’uso quotidiano su un PC di casa. Se desideri un sistema che sia sicuro, efficiente, ricco di funzionalità e che ti permetta di risparmiare, Mint è una delle migliori opzioni disponibili.

Che tu sia un principiante o un utente più esperto, Linux Mint ti offre una piattaforma che non solo soddisfa le tue esigenze informatiche quotidiane, ma ti offre anche l’opportunità di esplorare l’affascinante mondo dell’open source.

Homepage di Linux Mint: https://www.linuxmint.com

A new machine

La prima volta che ho sentito parlare di Linux (il cui nome esatto sarebbe GNU/Linux, ma tant’è), il sistema operativo più avanzato al mondo si chiamava OS/2, ed Internet era ancora una entità sconosciuta alla maggior parte degli italioti e comunque ancora di là dal divenire sinonimo di Google prima e di Facebook poi.

Correva l’anno 1994 quando, sul mio PC con OS/2 Warp 3 faticosamente installato da una scatola di ben 51 floppy disk da 1,44Mb, provai la prima distribuzione: Slackware, curata da Patrick Volkerding.

Inutile dire che l’approccio fu meno che soddisfacente: i server grafici erano ancora, per essere generosi, molto limitati ed il 99% della configurazione del sistema doveva avvenire tramite il terminale. A questo aggiungiamo che non esisteva ancora un Google cui chiedere aiuto e se non conoscevi i vari comandi eri solo, abbandonato al tuo destino.

Ho rinunciato, ma con la promessa fatta a me stesso di riprovarci quando i tempi si fossero fatti più maturi. Promessa mantenuta, e a più riprese. Ho provato varie distribuzioni (Mandrake e Red Hat su tutte) ma non mi sono mai sentito pronto a fare lo switch, secondo me Linux non era ancora idoneo a diventare un sistema consumer ed onestamente non mi sentivo pronto neanche io.

Però fare tutte quelle prove mi è servito. Sono passato dalla paura di fare un semplice cat ad usare dpkg e apt, e poi ad usare i vari chmod e chown, collegarmi ad altre macchine via ssh e copiare file via rete con scp, scrivere da solo qualche script bash. Devo dire che usare abitualmente un Mac con il suo sottosistema BSD mi ha aiutato non poco a prendere dimestichezza con la filosofia *nix. La svolta vera però c’è stata con l’acquisto del mio primo Raspberry Pi, sul quale girava anche questo sito e che ora è in attesa di diventare il cuore di un cabinet per giochi arcade anni ’80.

Ora il webserver gira su un Raspberry Pi2, quad-core e con 1 Gb di RAM ed il fatto di dover installare, configurare, ottimizzare, tutto da zero mi ha fatto rendere conto che, alla fine, se un sistema è pronto per me, tanto basta. Non mi faccio più tanti problemi ad usare il terminale, anzi quasi lo preferisco. Le mie prime esperienze informatiche sono state con un Commodore VIC-20, e poi Commodore 64 e ZX Spectrum (non ho mai capito perché preferire l’uno all’altro, erano due ottimi computer) quando o usavi la tastiera o erano pezzi di plastica inutili.

Qualche tempo fa, poi, un amico mi ha regalato un suo portatile dismesso ma ancora funzionante, di “penultima” generazione, ed ho deciso di provare a vedere se un PC Linux poteva sostituire senza problemi il mio iMac (che ormai ha sei anni e si avvia verso l’obsolescenza), così ho fatto una lista delle applicazioni installate ed ho cercato le equivalenti per Linux. Ho scelto una distribuzione che derivasse da Debian, che ritengo la migliore in assoluto ma poco votata ad un utilizzo desktop, e la scelta è caduta su Linux Mint. Installato, ha riconosciuto automaticamente tutte le periferiche (scheda video, rete, wifi) ed in pochi minuti ho avuto in mano un sistema funzionante e molto performante rispetto alla versione di Windows che era installata fino a poco prima.

Le applicazioni si comportano in modo egregio, ma devo ammettere che graficamente l’impatto è abbastanza brusco perché possiamo trovargli tutti i difetti ed i bugs che vogliamo, ma OS X è *BELLO*. Credo che si dovranno fare dei grossi passi in avanti per migliorare l’aspetto delle varie distribuzioni Linux se si vorrà trovare qualcuno anche solo disposto a provarlo perché, si sa, anche l’occhio vuole la sua parte. Anche la frammentazione, con millemila distribuzioni disponibili, non aiuta, e l’utente medio si sente perso e nell’impossibilità di fare una scelta. C’è anche un altra cosa di cui tenere conto, e non è meno importante. I Mac sono SILENZIOSI. Con lo schermo in standby non si riesce a capire se il mio iMac è acceso o spento mentre anche il PC più silenzioso ha almeno due ventole che fanno parecchio rumore (certo, a meno di spendere 100€ per una ventola…).

Parlando del lato economico se si prova a configurare sul sito Apple un iMac 4K al massimo della configurazione la cifra si avvicina ai 4000€. Un PC di pari configurazione costa intorno ai 1500€ e spendendo 100€ in più si può avere un sistema abbastanza silenzioso, mi pare una differenza mostruosa se si considera che se si guasta un componente in un iMac o si va alla Apple o si butta, mentre in un PC si sostituiscono ed AGGIORNANO componenti a piacimento.

Inoltre su un PC posso installare anche tre o quattro sistemi operativi diversi, ed uno di questi perdendo un po’ di tempo ed avendo mooooolta pazienza può essere anche OS X, mentre su Mac posso installare solo Windows e solo la versione supportata dai driver Apple…

Detto quanto sopra, il verdetto è il seguente: lunga vita al mio iMac! Spero che duri il più a lungo possibile e nel frattempo continuerò ad usare e fare pratica con Linux sul portatile, ma è sicuro che a prendere il posto del mio iMac sarà un PC perché non è più giustificabile la spesa di un Mac soltanto per un bel design dell’hardware ed un sistema operativo bello da vedersi se poi il tutto non si riflette anche sulle prestazioni o la dotazione software.