Continua a respirare

Ci sono giorni in cui il mondo sembra piegarsi sotto il suo stesso peso, e io con lui. Cammino tra i gesti quotidiani come se fossero riti silenziosi: accendere la macchina del caffè, mettere le scarpe, controllare le chiavi prima di uscire. Eppure, dietro la banalità di ogni movimento, sento scorrere un filo sottile, invisibile, che mi ricorda di fare la cosa più semplice e più necessaria: continua a respirare.

Respiro mentre la città si muove come un sogno disordinato, tra semafori e passi frettolosi. Respiro quando i pensieri diventano troppo rumorosi e cerco rifugio in un dettaglio qualunque: una foglia che cade lenta, il sorriso distratto di uno sconosciuto, il vento che entra da una finestra socchiusa. Respiro per non smarrirmi, per restare.

Non è una fuga, non è rassegnazione. È piuttosto un modo di attraversare la vita come si attraversa un ponte sospeso: passo dopo passo, senza guardare troppo giù, lasciando che il ritmo del respiro faccia da guida. Ci sono sfide che non si risolvono, ferite che non guariscono in fretta, paure che si aggrappano ai fianchi come ombre. Ma ogni volta che inspiro e poi lascio andare, ricordo che nonostante tutto io sono ancora qui.

Continuo a bere il mio caffè amaro, a ridere quando qualcuno mi racconta una storia assurda, a camminare sotto la pioggia senza ombrello. Continuo ad alzarmi, a cadere, a ricominciare. Non perché sia facile, ma perché la vita non smette di chiamarmi, e io posso risponderle solo così: respirando ancora, respirando sempre.

E forse è questo il segreto: non serve capire fino in fondo, non serve avere sempre un piano perfetto. Basta restare, continuare a vivere i gesti, continuare a respirare.

Ripartire da me (anche quando fa paura)

Quando ho scritto quel post – “Quello che gli altri non dicono” – non sapevo esattamente cosa stessi cercando. Forse uno sfogo, forse comprensione. Forse, più semplicemente, volevo dire ad alta voce qualcosa che avevo sempre sussurrato solo a me stesso. Ma avendolo scritto di getto, quasi senza rifletterci, rileggerlo più e più volte mi ha aperto gli occhi su tanti argomenti ai quali ho sempre rifiutato di pensare.

Anche leggere il commento di un caro amico ha contribuito non poco a questa presa di coscienza.

Da allora, ormai più di un mese fa, sono successe alcune cose. Non tutte belle, non tutte lineari. Ma una, in particolare, ha fatto la differenza: ho deciso di riprendere in mano la mia vita.

Non nel senso hollywoodiano del “trasformarmi completamente”, iniziare a correre maratone (e farebbe già ridere così) o diventare influencer della body positivity. No. Ho fatto qualcosa di molto più difficile (e, a modo suo, molto più rivoluzionario): ho cominciato ad ascoltarmi.

Sul serio.

Ho smesso di rincorrere le aspettative altrui e ho iniziato a chiedermi: cosa voglio davvero? Come sto? Di cosa ho bisogno per stare meglio, anche solo un po’?

E la verità è che alcune risposte mi hanno spaventato. Perché richiedevano scelte, sacrifici, verità scomode. Come ammettere che certi rapporti come quello con una persona che frequentavo fin troppo spesso – anche se carichi, se non pieni, di affetto – erano diventati gabbie. Che certe abitudini, certi silenzi, certi “va tutto bene” erano solo modi eleganti per continuare a ignorarmi.

Così ho iniziato in autonomia un percorso psicologico, senza più vergognarmene. Non per “aggiustarmi”, ma per capirmi. Ho cominciato a fare un minimo di attività fisica, ma senza la pressione del “dimagrire a tutti i costi”. Lo faccio per sentire il mio corpo vivo, non per renderlo accettabile agli occhi altrui.

Ho ripreso a scrivere, a leggere, a dire più spesso “no” quando qualcosa mi fa male e “sì” quando sento di meritare di meglio. Ho iniziato a trattarmi come tratterei un amico e come un vero amico tratterebbe me: con gentilezza, senza sarcasmo, con un po’ più di fiducia.

E sì, ho anche perso qualche chilo. Ma, per la prima volta, non è quella la notizia. Il vero cambiamento è che ho cominciato a vedermi intero, non più solo come un corpo da correggere o da nascondere.

Sto imparando a costruire una versione di me che non è più definita solo da ciò che manca, ma anche da ciò che cresce: consapevolezza, resilienza, desiderio di autenticità.

Non è un lieto fine. È un inizio. E fa paura, ogni tanto. Ma è mio.

A chiunque si senta ancora imprigionato in un’immagine che non ha scelto, voglio dire questo: non siete sbagliati. Siete in viaggio. E anche se il percorso è lungo, ogni passo che fate verso voi stessi è già una forma di libertà.

Ci rivediamo lì.