Quando ho scritto quel post – “Quello che gli altri non dicono” – non sapevo esattamente cosa stessi cercando. Forse uno sfogo, forse comprensione. Forse, più semplicemente, volevo dire ad alta voce qualcosa che avevo sempre sussurrato solo a me stesso. Ma avendolo scritto di getto, quasi senza rifletterci, rileggerlo più e più volte mi ha aperto gli occhi su tanti argomenti ai quali ho sempre rifiutato di pensare.
Anche leggere il commento di un caro amico ha contribuito non poco a questa presa di coscienza.
Da allora, ormai più di un mese fa, sono successe alcune cose. Non tutte belle, non tutte lineari. Ma una, in particolare, ha fatto la differenza: ho deciso di riprendere in mano la mia vita.
Non nel senso hollywoodiano del “trasformarmi completamente”, iniziare a correre maratone (e farebbe già ridere così) o diventare influencer della body positivity. No. Ho fatto qualcosa di molto più difficile (e, a modo suo, molto più rivoluzionario): ho cominciato ad ascoltarmi.
Sul serio.
Ho smesso di rincorrere le aspettative altrui e ho iniziato a chiedermi: cosa voglio davvero? Come sto? Di cosa ho bisogno per stare meglio, anche solo un po’?
E la verità è che alcune risposte mi hanno spaventato. Perché richiedevano scelte, sacrifici, verità scomode. Come ammettere che certi rapporti come quello con una persona che frequentavo fin troppo spesso – anche se carichi, se non pieni, di affetto – erano diventati gabbie. Che certe abitudini, certi silenzi, certi “va tutto bene” erano solo modi eleganti per continuare a ignorarmi.
Così ho iniziato in autonomia un percorso psicologico, senza più vergognarmene. Non per “aggiustarmi”, ma per capirmi. Ho cominciato a fare un minimo di attività fisica, ma senza la pressione del “dimagrire a tutti i costi”. Lo faccio per sentire il mio corpo vivo, non per renderlo accettabile agli occhi altrui.
Ho ripreso a scrivere, a leggere, a dire più spesso “no” quando qualcosa mi fa male e “sì” quando sento di meritare di meglio. Ho iniziato a trattarmi come tratterei un amico e come un vero amico tratterebbe me: con gentilezza, senza sarcasmo, con un po’ più di fiducia.
E sì, ho anche perso qualche chilo. Ma, per la prima volta, non è quella la notizia. Il vero cambiamento è che ho cominciato a vedermi intero, non più solo come un corpo da correggere o da nascondere.
Sto imparando a costruire una versione di me che non è più definita solo da ciò che manca, ma anche da ciò che cresce: consapevolezza, resilienza, desiderio di autenticità.
Non è un lieto fine. È un inizio. E fa paura, ogni tanto. Ma è mio.
A chiunque si senta ancora imprigionato in un’immagine che non ha scelto, voglio dire questo: non siete sbagliati. Siete in viaggio. E anche se il percorso è lungo, ogni passo che fate verso voi stessi è già una forma di libertà.
Ci rivediamo lì.
Ma infatti il segreto non sta nel cercare risultati a lungo termine (che potrebbero come non potrebbero arrivare) ma nella soddisfazione nel brevissimo termine: fai qualcosa, sicuramente nei primi giorni ti distrugge, ti fa sputare sangue, ti fa dubitare. Ma poi, alla fine, dopo una doccia, quando tutta la buona energia che hai messo in circolo comincia a rilasciare un po’ di dopamina, c’è un momento della giornata che ti fa capire che hai fatto una cosa buona. E questo ti fa sentire meglio.
La mia personale tecnica, quando comincio qualcosa di nuovo, è partire con l’esercizio minimo possibile. Per esempio un addominale. Poi domani passo a due, dopodomani a tre. Non è traumatico e comincia a preparare il tuo corpo per quello che succederà. Ti ritroverai ad allenarti senza stress, fatica o dolori e, quando poi sarà ora di cominciare a spingere – perché i giorni passano –, sarai già entrato nella routine.
Bravo. 🙂
“Potrebbero non arrivare”*
Non vedo opzioni per correggere i commenti.
E’ proprio il mio maggiore handicap. Non riesco a pensare a breve termine.
Qualunque cosa io faccia la faccio sempre in prospettiva. Se faccio un mobiletto o un tavolino da caffè devo farlo perché duri nel tempo, non una settimana. Prima di intraprendere qualsiasi attività ci ragiono per ore/giorni/settimane. Stessa cosa se devo acquistare qualcosa. E’ un mio limite lo capisco ma sono fatto così.
Io sono impaziente, e lo sai. Per questo motivo tutti i progetti che sono a lungo termine (e ne ho sempre) mi mettono ansia perché li vorrei aver finiti ieri. Solo che poi sono anche pignolo e precisino e so che non potrò mai averli ieri perché non durerebbero una settimana. Così comincio a dividere il lavoro in macro parti e mi concentro solo sulla prima. Terminata quella passo alla seconda e così via. In questo modo riduco molto la sensazione di attesa e il task che devo fare diventa semplice e veloce.
Così negli allenamenti: pensa solo “faccio queste cose e il mio obiettivo di oggi è non finire al pronto soccorso”. Con me funziona. Ma forse perché tutti gli esercizi che faccio non sono finalizzati a ottenere qualcosa, ma semplicemente a tenere a freno il limite massimo della bilancia.
(E niente, il sito non mi avvisa quando rispondi).