Che palle.

Sono diventato un orologio rotto. E no, non quello che almeno due volte al giorno segna l’ora giusta, no: il mio sembra fermo del tutto, incastrato in un eterno “adesso” che non passa mai. Dopo l’intervento chirurgico mi è toccato il ritiro spirituale coatto: casa mia è diventata una piccola clinica, ma senza la parte glamour dei camici e delle serie tv.

Il tempo qui ha idee tutte sue. I minuti si atteggiano a ore e le ore… beh, quelle sono universi paralleli in cui si perde la memoria di chi eri prima di sdraiarti sul divano. Ho iniziato ad avere una relazione seria con la coperta: litighiamo quando fa troppo caldo, ci riappacifichiamo quando si fa sera e inizio ad avere freddo ai piedi.

E i messaggini motivazionali? “Approfitta del riposo per rigenerarti.” Che teneri. Avrei preferito essere rigenerato tipo supereroe, con un fisico scultoreo, superpoteri e costume figo. Invece il massimo upgrade ottenuto finora è la capacità di contare le piastrelle del bagno senza sbagliare mai.

La realtà è che mi annoio. Ma mi annoio talmente tanto che riesco ad annoiare perfino la noia. Mi guardo attorno cercando ispirazione: un bicchiere d’acqua, un cuscino, il telecomando che sembra ridere di me mentre mi offre per la decima volta repliche di programmi che non volevo vedere nemmeno la prima. Mangiare da giorni sempre la stessa cosa a pranzo e cena non aiuta, e dovrò farlo ancora per diverso tempo.

L’unica cosa che si muove davvero è la pila di farmaci sul comodino, che si assottiglia ogni giorno come a ricordarmi che prima o poi tornerò in pista. Piano piano, un po’ più debole, ma tornerò. E allora il tempo riprenderà a correre come sempre, magari troppo veloce, e rimpiangerò persino un po’ questo immobilismo forzato.

Per ora resto qui, sospeso dal mondo nella mia piccola navicella sul divano, cercando nuove tecniche per sopravvivere al lento trascorrere delle giornate. Che palle, sì. Ma anche: che strano, questo tempo che solo quando non scorre ci accorgiamo di quanto sia prezioso.

Ho scelto me stesso

Negli ultimi tre giorni ho ricevuto tante domande, tramite davvero tutti i mezzi possibili escluso il piccione viaggiatore, spesso sottovoce, altre volte con curiosità sincera: “Perché hai deciso di sottoporti a questo intervento?”

Non è una domanda facile, ma credo che valga la pena rispondere con sincerità. Scrivo questo post per chi mi conosce e per chi magari sta vivendo la stessa battaglia silenziosa con il proprio corpo, la salute o l’autostima. Questa è la mia storia, raccontata senza filtri, così com’è.

Non so esattamente quando ho capito che qualcosa doveva cambiare davvero. Forse non è stato un momento preciso, ma una serie di piccoli episodi — un respiro corto dopo una rampa di scale, una foto che non riuscivo più a riconoscere come “me”, la sensazione di vivere dentro un corpo che non sentivo più mio. E, lo ammetto, anche la malcelata – non saprei come definirla: pena? Compassione? Pietà? – che notavo negli occhi di chi mi stava accanto, senza specificare ulteriormente, perché non è questo il tempo o il modo.

Per anni ho provato di tutto: diete, lunghe camminate, rinunce, promesse fatte davanti allo specchio e poi infrante alla prima ricaduta. Ogni volta che fallivo, sentivo crescere dentro di me un senso di colpa che pesava più dei chili stessi. Mi dicevo che dovevo solo avere più forza di volontà, come se la forza fosse una riserva infinita da cui attingere a comando. Non lo è.

Col tempo ho iniziato a capire che non bastava voler cambiare: dovevo accettare di farmi aiutare. È una cosa che non dicono spesso, ma ammettere di aver bisogno di aiuto è un atto di coraggio. Il giorno in cui ho deciso di informarmi seriamente sul bypass gastrico (OAGB per gli addetti ai lavori) è stato il giorno in cui ho scelto di non arrendermi.

Non è stata una decisione impulsiva. Ho avuto paura — tanta. Paura dell’intervento, delle conseguenze, del giudizio degli altri, ma soprattutto della possibilità di fallire di nuovo. Eppure, dentro quella paura, ho sentito anche qualcosa di nuovo: la speranza. Non una speranza ingenua, ma quella lucida, che nasce quando capisci che stai finalmente riprendendo la TUA vita nelle TUE mani.

So che questo intervento non è una soluzione magica. Non risolve i problemi con un colpo di bisturi. Non è nemmeno definitivo, perché è sufficiente ricominciare a mangiare ogni giorno qualcosa in più o semplicemente bere continuamente acqua gassata per far tornare lo stomaco alle dimensioni precedenti e tornare quindi a prendere peso. Ma può essere un nuovo inizio, uno strumento per rimettermi in equilibrio, per imparare a conoscere il mio corpo e rispettarlo. Voglio smettere di sentirmi prigioniero e cominciare a sentirmi presente.

Mi conosco fin troppo bene: sono abitudinario, parafrasando Elio. Mangio tanto perché sono abituato a mangiare tanto, anche se fino a trent’anni fa non era così. Quando decidevo di mettermi a dieta avevo sempre la possibilità di sgarrare, dopo l’intervento non potrò farlo e sono certo che abituandomi di nuovo a mangiare poco riuscirò a mantenermi in forma.

Ma le mie aspettative per il futuro non hanno a che fare solo con la bilancia, ma con la libertà. Voglio alzarmi al mattino e sentire leggerezza, non solo nel corpo, ma nella mente. Voglio potermi guardare allo specchio senza giudizio, con un po’ di tenerezza, con il rispetto che si deve a chi ha lottato tanto.

Questa volta non sto cercando di diventare qualcun altro. Sto solo provando a tornare da me.

Questo è il primo passo di un percorso che voglio condividere. Non per insegnare nulla a nessuno, ma per ricordarmi — e forse ricordarci — che cambiare è possibile, anche quando sembra troppo tardi.
Scrivere di questo mi spaventa e mi libera allo stesso tempo. Ma se anche solo una persona, leggendo, si sentirà meno sola nella propria battaglia, allora ne sarà valsa la pena.

After Life

Quando sarà pubblicato questo post sarò sotto i ferri, e come in tutte le cose della vita c’è la remota possibilità che qualcosa possa andare storto. Certo, ci sono modi peggiori di andarsene che addormentarsi con l’anestesia e non accorgersi di nulla. Ma cosa accadrebbe dopo?

A volte mi capita di chiedermi per cosa vorrei essere ricordato. È una domanda che arriva all’improvviso, nei momenti più quieti — mentre guardo il cielo cambiare colore, o quando la casa è silenziosa e ogni pensiero trova spazio per farsi sentire. Non è una domanda allegra, ma è una di quelle che ti costringe a guardare la vita da fuori, come se per un attimo la vedessi tutta intera.

Per molto tempo ho pensato che lasciare un segno volesse dire fare qualcosa di grande. Scrivere un libro che resista al tempo, costruire qualcosa di utile, lasciare un’eredità che parli di me anche quando non ci sarò più. E’ l’illusione del permanere: credere che solo ciò che si vede o si misura possa restare.

Poi, col tempo, mi sono accorto che le persone che porto davvero dentro non sono quelle famose o straordinarie. Sono quelle che mi hanno toccato la vita in modo semplice e vero. Quelle che hanno saputo essere presenti, ascoltare, dare qualcosa di sé senza voler cambiare il mondo, ma cambiando il mio piccolo mondo.

E allora ho iniziato a chiedermi se il senso del ricordo non sia proprio questo: non essere ricordati da tutti, ma da qualcuno, in modo autentico. Non per ciò che abbiamo realizzato, ma per ciò che abbiamo amato.

Se devo essere sincero, oggi credo che l’unico ricordo che mi importi davvero sia quello che resterà negli occhi dei miei figli. Non se penseranno che sono stato una persona di successo, o se parleranno di me con orgoglio agli altri. Mi basterebbe sapere che, quando penseranno a me, sentiranno qualcosa di buono. Che ricorderanno una risata condivisa, una carezza, un consiglio dato con calma, o solo la certezza di essere stati amati senza condizioni.

Tutto il resto — il lavoro, i progetti, le parole scritte — sono ombre che cambiano forma col tempo. Ma il modo in cui un padre resta dentro il cuore di un figlio non cambia. E’ lì che, se siamo fortunati, sopravviviamo davvero.

Forse è proprio questo il mio desiderio più semplice e più profondo: non essere ricordato come qualcuno di importante, ma come qualcuno che ha amato. E se un giorno, anche solo per un momento, uno dei miei figli penserà di me: “è stato un buon padre”, allora potrò dire di aver lasciato la mia traccia nel mondo.

Ci siamo.

E’ una giornata diversa da tutte le altre. L’ultima prima dell’intervento. C’è un silenzio che sembra più pesante del solito, quasi come se la casa stessa stesse trattenendo il fiato insieme a me. Ho provato a guardare un film, a leggere, a giocare con la console, a distrarmi in qualche modo, ma niente funziona: la testa torna sempre lì, a domani.

Ho paura. Una paura che non è fatta solo di pensieri razionali, ma anche di immagini improvvise che mi attraversano. Il letto d’ospedale, le luci fredde della sala operatoria, i volti coperti delle persone attorno a me. Sento già il cuore accelerare solo a immaginarlo. Ho paura di chiudere gli occhi e non riaprirli, paura di non avere più il controllo, paura di quel momento in cui dovrò affidarmi completamente ad altri.

Eppure, accanto alla paura, c’è la speranza. Una speranza che mi sorprende, perché nonostante i dubbi non riesco a soffocarla. Spero che questo intervento sia un nuovo inizio. Spero di poter tornare a fare cose che da tempo evito, di non sentirmi più limitato, di avere finalmente un corpo che non mi trascini sempre verso il basso. Mi piace pensare che fra qualche mese riuscirò a camminare con più leggerezza, magari anche a ridere senza quel peso che porto da tanti, troppi anni.

Poi ci sono i dubbi, quelli più difficili da scacciare. E se non fosse la scelta giusta? E se non funzionasse come spero? A volte mi sembra di giocare una partita a carte coperte con la vita: so che devo farlo, che non ci sono molte alternative, ma la certezza non ce l’ho. E questa incertezza mi punge ogni volta che provo a immaginare il futuro.

Nonostante tutto, sento anche gratitudine. Non lo avrei detto, ma c’è. Sono grato ai medici che domani si prenderanno cura di me, con la loro professionalità che a volte sembra quasi fredda, ma che in realtà è ciò che mi permetterà di affrontare questa sfida. Sono grato a chi mi sta accanto, a quelli che mi hanno ascoltato senza giudicare le mie paure, a chi mi ha stretto la mano anche senza parole. E sono grato anche a me stesso: non è facile ammettere di avere paura, non è facile affrontarla, eppure eccomi qui, a scriverne.

La notte, poi, sarà lunga. Forse dormirò poco, forse niente. Forse mi girerò nel letto contando le ore, ascoltando ogni minimo rumore. Ma domani, quando sarà il momento, mi alzerò e andrò. E so che, nel momento in cui mi affiderò a chi sa cosa fare, dovrò lasciare andare ogni resistenza.

Domani mi aspetta un passaggio importante, e io, nel mio piccolo, cercherò di viverlo con la stessa dignità con cui affronterò questa notte di attesa.

Domani non sarò invincibile, non sarò forte nel senso che spesso si intende. Sarò umano, fragile, nudo davanti all’ignoto. E sono certo che in questa fragilità c’è il seme più autentico del coraggio.

E ai pochi che leggeranno queste parole, dico solo questo: non abbiate paura di avere paura. Non vergognatevi di tremare, di dubitare, di sentirvi piccoli. Perché è proprio lì, in quell’intimo spazio di fragilità, che può nascere la speranza. Ed è da lì che, un passo dopo l’altro, si ricomincia a vivere.

What’s on my mind

Il mio videat psichiatrico: un incontro tra scienza e interpretazione

Qualche tempo fa in previsione di un intervento chirurgico, il medico mi ha chiesto di sottopormi a un videat psichiatrico. E’ un termine un po’ solenne per indicare una valutazione psichiatrica, cioè un colloquio approfondito con uno specialista che cerca di capire come stai, cosa provi, e in che modo la tua mente sta reagendo al mondo.

Ero curioso di conoscere il risultato anche se non c’era una crisi vera e propria in atto o cose di me che avrei preferito conoscere meglio. Era più la curiosità di capire se sarebbe stato possibile mettere ordine dentro una stanchezza che non riuscivo a definire: notti poco dormite, pensieri che tornavano a ripetizione, un senso di vuoto che non si lasciava afferrare.

La visita in sé

Il videat si è svolto in modo sobrio, quasi tranquillo. La psichiatra mi ha fatto domande su tutto: la mia storia familiare, il lavoro, le abitudini quotidiane, quelle alimentari, i momenti in cui mi sento meglio o peggio.
Non era un interrogatorio, piuttosto una conversazione controllata, in cui ogni dettaglio veniva annotato con attenzione. Mi ha osservato mentre parlavo, come se cercasse di capire qualcosa non solo da ciò che dicevo, ma anche dal modo in cui lo dicevo.

Nei giorni precedenti, a casa, ci sono stati 4 ore piene di test e questionari che le ho inviato, poi, in studio, solo un’ora abbondante di parole e silenzi. Alla fine ho avuto la sensazione che la vera diagnosi si formasse nell’aria, più che su una cartella clinica.

La mia riflessione

Uscendo dallo studio, mi sono chiesto quanto di ciò che avevamo detto appartenesse alla sfera della scienza, e quanto invece a quella dell’interpretazione umana.
Forse è una deformazione culturale, ma quando penso alla scienza immagino esperimenti che si possono ripetere, dati che si possono verificare, risultati che non cambiano a seconda di chi li osserva.
La mente, invece, sfugge a tutto questo. Due psichiatri potrebbero leggere la stessa storia in modi diversi, proporre trattamenti differenti, trarre conclusioni opposte. Eppure, entrambi potrebbero avere ragione nel loro contesto.

Non dico che la psichiatria sia del tutto inutile — anzi, credo che possa offrire ascolto e sollievo — ma ho l’impressione che funzioni più come un’arte clinica che come una scienza esatta. Forse è proprio lì che risiede la sua presunta forza: nel provare a comprendere l’imponderabile, invece di misurarlo.

Cosa mi è rimasto

Non parlerò del risultato della visita perché non è questo il motivo di questo post. D’altra parte il videat non mi ha dato risposte definitive, ma mi ha aiutato a guardarmi con un po’ più di distanza.
Non ho trovato formule o soluzioni, ma uno spazio di dialogo, un modo per prendere sul serio certi pensieri senza doverli spiegare tutti.
E ho capito che forse non importa se la mente si lascia o meno “scientificare”: ciò che conta è che qualcuno la tratti con curiosità e rispetto.


Che fine ha fatto l’italiano?

Signori, ho una teoria: l’italiano non è morto, si è semplicemente preso una vacanza lunga. Probabilmente se la sta spassando da qualche parte in spiaggia con un mojito in mano, mentre noi, qui, scriviamo cose tipo ne ho bisogno ha me e pensiamo pure di aver fatto bella figura.

La prima vittima della strage grammaticale è la povera h. Quella letterina muta, invisibile, apparentemente inutile, che però decide il destino di intere frasi. Un tempo sapevamo distinguere ho da o, ha da a. Adesso ci ritroviamo davanti a capolavori come: “Sei bravo, lo ai dimostrato.” E io, davanti a quel ai, penso sempre: “Sì, lo hai dimostrato… di non aver mai aperto un libro di grammatica.”

Poi c’è la guerra civile tra accenti e apostrofi. Perché diventa perchè, po’ diventa e un po senza niente è il colpo di grazia. Vogliamo parlare di qual è? No, meglio di no, che rischio di dovermi alzare e sbattere la testa al muro.

Il capitolo congiuntivo merita un monumento. È diventato un animale mitologico: tutti ne parlano, ma nessuno l’ha mai visto davvero in libertà. Frasi tipo: “Spero che sei felice” o “Magari avevo i soldi” circolano tranquille, come se non ci fosse nulla di strano. Io ogni volta immagino il congiuntivo seduto in un angolo, con la valigia pronta, pronto a emigrare in Francia dove, dicono, è ancora rispettato.

La punteggiatura, invece, è ormai anarchica. Alcuni la usano come mitragliatrice: “Ciao,,, come stai??!?!?!”. Altri la ignorano del tutto: “ciao come stai ho visto il tuo messaggio volevo dirti che ci vediamo domani tanto lo sai che io ci sono sempre ciao.” Leggere certe cose è come correre una maratona senza fiato.

Poi arrivano i plurali creativi, quelli che trasformano la lingua in un laboratorio di Frankenstein: le braccia diventa le braccie, le uova diventano le uove, e il plurale di qualche… beh, quello non dovrebbe nemmeno esistere, eppure eccolo lì: qualche persone. Complimenti, avete inventato la matematica quantistica della grammatica.

Il capitolo social è un festival a parte: scrivere tutto in maiuscolo per sottolineare l’importanza del messaggio. Per esempio: “SEI UNA PERSONA MERAVIGLIOSA TI VOGLIO BENE.” Leggerlo dà la stessa sensazione di avere qualcuno che ti urla in faccia mentre ti offre un gelato.

E che cosa dire del fantastico “non vedo cosa possa centrare” al quale vorrei sempre rispondere “e chi sei Guglielmo Tell?”
Sembra che la differenza sostanziale tra “entrarci” e “centrare” sfugga ai più, di conseguenza “cosa c’entra” diventa “cosa centra” e via con tutte le conseguenti coniugazioni!

Infine, non possiamo dimenticare i nostri amici dell’inglese infilato a caso, perché fa figo. Il classico “Andiamo a fare shopping al centro, perché il mood è troppo cool.” Un trionfo. Peccato che poi gli stessi scrivano week and o computer portatile da tavolo.

Eppure, nonostante tutto, io l’italiano lo amo. Anche nelle sue versioni disastrate, sbagliate, maltrattate. Forse perché è un po’ come noi: pasticciato, confuso, creativo, ma sempre capace di sorprendere. Certo, se potessimo almeno smettere di scrivere pultroppo e a me mi piace, magari la lingua smetterebbe di svenire a ogni frase e tornerebbe dalle ferie.