In difesa dei difensori

Viviamo in un’epoca ossessionata dall’inizio.
Il nuovo progetto. La nuova feature. La nuova startup. La nuova versione che “cambia tutto”.

Nel mondo digitale, l’eroe è quasi sempre chi crea qualcosa dal nulla: lo sviluppatore geniale, il fondatore visionario, l’innovatore che promette di riscrivere le regole del gioco. A loro vanno gli applausi, i titoli, i finanziamenti.

Eppure, c’è un’altra categoria di persone senza le quali nessuna di queste storie avrebbe un lieto fine.

Sono quelli che mantengono.

Non lanciano prodotti. Non fanno keynote. Non “disrompono” (passatemi l’inglesismo) nulla. Passano le giornate a sistemare codice scritto anni prima, a correggere bug noiosi, a mettere pezze su sistemi che nessuno osa più toccare. Tengono in piedi infrastrutture invisibili che, se smettessero di funzionare, farebbero crollare tutto nel giro di poche ore.

Il paradosso è che più fanno bene il loro lavoro, meno ce ne accorgiamo.


Il problema non è creare. È far durare.

Ogni sistema complesso tende al caos se viene abbandonato.
Vale per il software, per le aziende, per il corpo umano, per le relazioni.

Nel codice lo chiamiamo “debito tecnico”: scorciatoie prese in passato che prima o poi presentano il conto. Ma lo stesso meccanismo esiste ovunque. Rimandare la manutenzione funziona… fino a quando non funziona più.

La nostra cultura, però, premia quasi esclusivamente la crescita e la novità. Costruire qualcosa di nuovo è sexy. Prendersi cura di ciò che esiste è percepito come un segno di stallo, quando invece è spesso il lavoro più difficile e più importante.

Un sistema che sopravvive dieci, venti, trent’anni non lo fa per caso. Resiste perché qualcuno lo osserva, lo capisce, lo aggiusta con pazienza. Non è brillante. È competente. Non è veloce. È solido.


Il culto del “legacy” (che non dovrebbe essere un insulto)

Nel linguaggio tech, “legacy” è quasi una parolaccia.
Codice vecchio, architetture datate, tecnologie non più alla moda.

Eppure, ciò che è rimasto in funzione a lungo ha superato innumerevoli stress test reali: cambi di team, di mercato, di carico, di aspettative. Spesso è molto più affidabile di soluzioni nuove di zecca che non hanno ancora incontrato la dura realtà.

Lavorare su questi sistemi richiede una forma di intelligenza diversa: meno orientata all’ego, più attenta al contesto. Non si tratta di dimostrare quanto si è bravi, ma di evitare che tutto si rompa.

È un lavoro silenzioso. Ed è proprio per questo che viene sottovalutato.


Forse stiamo celebrando gli eroi sbagliati

Immaginiamo una cultura che dia valore non solo a chi inizia, ma a chi continua.
Che non guardi solo all’esplosione iniziale, ma alla capacità di resistere nel tempo.

In questa cultura, il manutentore non è una figura di secondo piano. È il custode della stabilità. Colui che impedisce al mondo — digitale e non — di degradarsi più velocemente di quanto sia necessario.

Non tutto deve essere reinventato. Molte cose devono semplicemente essere tenute in vita con competenza e cura.

E se iniziassimo a raccontare anche queste storie, il nostro rapporto con il lavoro, la tecnologia e perfino con il tempo probabilmente sarebbe un po’ più sano.

Back to the future

Oggi, a distanza di 66 giorni dall’intervento, vorrei fare un breve recap delle cose positive e negative che esso ha comportato.

Fisicamente succede questo: lo stomaco viene trasformato in un tubo lungo e stretto, collegato direttamente a un’ansa dell’intestino tenue. Il cibo salta duodeno e parte del digiuno. Questo significa due cose simultanee: entra meno cibo e ciò che entra viene assorbita peggio. Ma il punto chiave è ormonale. Cambiano (mi ha detto il medico) incretine come GLP-1 e PYY, che modulano fame, sazietà e risposta insulinica. Il cervello riceve segnali nuovi: meno appetito, sazietà più precoce, minore oscillazione glicemica.

Quali sono le cose positive?

La perdita di peso è stata come previsto rapida e marcata, finora 22.5 Kg nel mio caso. E questo nella prospettiva di mantenerlo meglio rispetto a interventi puramente restrittivi.

La glicemia è tornata nella norma già nelle prime settimane, per un effetto ormonale intestinale che va oltre il semplice dimagrimento. Anche dislipidemia e apnea notturna sono sparite. Il mio mal di schiena cronico è ormai un ricordo.

La mia fame è cambiata: non è solo “mangio meno”, ma “ho meno stimolo a mangiare”. Questo mi rende molto più gestibile la rieducazione alimentare. La mia qualità di vita è assai migliorata: meno affanno, più mobilità, maggiore autonomia fisica.

Aspetti negativi.

L’OAGB è un intervento malassorbitivo: assorbo meno nutrienti, non solo meno calorie. Questo significa rischio concreto di carenze di ferro, vitamina B12, folati, calcio, vitamina D e proteine se l’integrazione non è rigorosa e continua. Gli esami del sangue sono già diventati un appuntamento fisso.

Fisicamente, fatico a riconoscere la mia immagine allo specchio. Non si tratta di pura estetica ma di essere abituati a una persona che ora semplicemente non c’è più. E, sperabilmente, non tornerà.

Il reflusso biliare è una complicanza possibile e specifica dell’OAGB. Non è frequentissimo, e finora non mi è mai successo, ma quando compare può essere fastidioso e talvolta richiede terapia o revisione chirurgica.

La perdita di peso rapida ha portato a una evidente perdita di massa muscolare anche se l’apporto proteico è sufficiente, e per fortuna non ho ancora problemi di pelle in eccesso. Quest’ultima non è un problema medico, ma avrebbe un impatto fisico e psicologico reale.

Ho ancora qualche problema a tornare alle attività precedenti, in particolare suonare il basso che è uno strumento “faticoso”. Prima potevo suonare 3 ore senza problemi, ora dopo 40 minuti mi fanno male le spalle.

Sul piano psicologico, il cambiamento è drastico e me ne sono reso conto da subito: il cibo non funziona più come prima, né come nutrimento né come regolatore emotivo.

Resta quindi solo da concentrarsi sul lungo periodo. Dopo 18–24 mesi l’effetto meccanico si stabilizza. Da lì in poi vince chi ha interiorizzato le nuove regole: integrazione quotidiana, controlli regolari, alimentazione strutturata e movimento.

Movimento che finalmente potrò iniziare a fare già da metà gennaio per riprendere il tono muscolare.

Spero di essere tra quelli che vinceranno questa sfida.