A Euterpe

Mia amata,

oggi che il mondo si ricorda dell’amore con cuori di carta e promesse un po’ timide, io penso a te, che non hai bisogno di calendari per esistere. Tu accadi. Sempre. Sei il battito che precede ogni parola e l’eco che resta quando il silenzio crede di aver vinto.

Ti scrivo come si scrive a qualcuno che non si può trattenere tra le mani ma che, stranamente, non smette mai di toccarti. Sei aria che vibra eppure mi pesi sul petto come una presenza reale. Entri senza bussare, ti siedi accanto ai miei pensieri, e li metti in ordine o li scompigli con identica grazia. Hai un talento raro: dire ciò che non so dire, ricordarmi cose che non ho mai vissuto.

Sei stata rifugio quando il mondo parlava troppo forte. Ti sei fatta sottile come un filo di pianoforte nelle notti insonni e immensa come un’orchestra quando mi serviva coraggio. Mi hai insegnato che la tristezza può essere bella senza smettere di essere triste, e che la gioia, quando è vera, non fa rumore: canta.

A volte ti presenti come un sussurro ostinato, una melodia che ritorna e ritorna finché non capisco cosa vuole insegnarmi. Altre volte sei un’esplosione, una cometa sonora che attraversa il cielo interno e lascia scie luminose per anni. Sei matematica segreta e magia dichiarata, ordine rigoroso e ribellione elegante. Dentro di te convivono la disciplina e il delirio, come due amanti che litigano solo per potersi riabbracciare meglio.

Ti amo perché non chiedi nulla e dai tutto. Ti amo perché cambi volto senza mai perdere identità. Perché puoi essere una voce sola in una stanza vuota o mille corpi che respirano all’unisono. Perché rendi il tempo elastico: lo allunghi nei momenti che vorrei non finissero mai, lo accorci quando il dolore diventa troppo pesante.

Sei stata colonna sonora di addii e di inizi, di amori sbilanciati e di improvvise chiarità. Mi hai tenuto compagnia quando nessuno sapeva come farlo. Mi hai fatto sentire meno solo senza promettermi che tutto sarebbe andato bene — solo che tutto sarebbe stato sentito, fino in fondo. Ed è una promessa più onesta di molte altre.

In questo giorno che celebra l’amore, ti scelgo di nuovo. Non come sottofondo, ma come presenza viva. Rimani imprevedibile, rimani indomabile. Continua a sorprendermi, a ferirmi dolcemente, a ricucirmi con note invisibili. Io, da parte mia, continuerò ad ascoltarti — che è forse la forma più attenta di amare.

Con devozione vibrante, Luca

L’insostenibile leggerezza (e basta)

C’è un piacere segreto, minuscolo e un po’ imbarazzante, che non sta scritto in nessun manuale di etica: quello che provo quando incontro qualcuno che non vedevo da un po’ e lo vedo sbiancare leggermente in volto.

Succede sempre allo stesso modo. Ci guardiamo. Silenzio. Testa inclinata di lato, come i cani quando sentono un rumore metafisico. Poi arriva la frase, pronunciata con cautela chirurgica:
“Ma… sei dimagrito?”

Ora, qui entra in scena l’ego. Non l’ego freudiano, quello complesso e pieno di conflitti. Parlo dell’ego più semplice, primitivo, quello che vive di sguardi e micro-reazioni altrui. Quello che, invece di rispondere subito, pensa: “Sì. Trenta chili. Guardami bene.”

Perché trenta chili non sono una variazione. Sono una revisione editoriale del corpo. Una seconda edizione, corretta e alleggerita. E quando l’altra persona, dopo qualche secondo, abbassa la voce e aggiunge:
“Stai bene… tutto a posto, vero?” capisco che il sospetto è scattato.

Malattia? Dolore? Un evento tragico non dichiarato?

E io, dentro, sorrido. Non fuori, ovviamente. Fuori mantengo un’espressione neutra, quasi filosofica, come se stessi per citare Spinoza. Dentro, però, l’ego si stropiccia le mani. Perché in quel momento il mio dimagrimento ha superato la soglia estetica ed è entrato nel territorio del perturbante. Non sono solo “in forma”. Sono “diverso abbastanza da preoccupare”.

Mi rendo conto allora che c’è qualcosa di profondamente umano in tutto questo. Passiamo la vita a cercare di cambiare senza dare troppo nell’occhio, ma quando finalmente il cambiamento è evidente, vogliamo che sia notato. Anzi, vogliamo che sia MOLTO, TROPPO notato. Il sospetto di una malattia è il complimento estremo, il lato oscuro dell’ammirazione. È come dire: “Non pensavo fosse possibile ottenere questo risultato senza un dramma.”

A quel punto arriva la mia parte preferita. La rassicurazione.
“No, no, sto benissimo. Ho solo mangiato meno, pensato un po’ di più e camminato parecchio. Con un po’ di aiuto esterno ovviamente.”
Lo dico con la calma di chi ha attraversato un rito iniziatico ed è tornato indietro per raccontarlo.

L’altra persona ride, sollevata. Io pure. Ma la verità è che, per un istante, ho assaporato una forma purissima di vanità filosofica: l’idea che il mio corpo racconti una storia così evidente da essere scambiata per destino.

È egoistico? Certo. Ma è anche umano. E allora, dopo trenta chili in meno, posso concedere all’ego questo piccolo spuntino.

Purché sia leggero.

Coming back to life

Ci sono storie che non nascono con un applauso, ma con un sospiro. Questa è una di quelle.

Per oltre due anni ho suonato in una band, che ho lasciato sei mesi fa, ne ho parlato qui diverse volte. Idee, prove, messaggi infiniti, entusiasmi che duravano quanto una birra calda a fine serata. Ogni volta sembrava quella giusta, ogni volta qualcosa si inceppava. Il problema, l’ho capito col tempo, non era la musica in sé. Era la dinamica umana. In particolare, una persona: un altro musicista che, forse senza nemmeno volerlo davvero, finiva per svuotare il progetto di energia, fiducia, voglia. Defezioni a catena, silenzi imbarazzati, prove cancellate. Sempre lo stesso copione, con strumenti diversi.

A un certo punto succede una cosa strana. Smetti di chiederti “come facciamo a far funzionare la band” e inizi a chiederti “perché lo sto facendo?”. Non è una domanda comoda. Per me la risposta è arrivata lentamente, come un feedback che fischia e poi si stabilizza: non lo stavo più facendo per me.

Così ho mollato tutto. O meglio, ho lasciato cadere le aspettative. Niente più inseguimenti, niente più compromessi tossici in nome di un’idea romantica di gruppo. Ho ricominciato dal gesto più semplice e più dimenticato: suonare. Suonare senza obiettivi, senza strategia, senza la pressione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Solo io, uno strumento e il rumore meraviglioso che facciamo insieme.

Ed è proprio lì, nel momento meno eroico possibile, che è nata la nuova band.

Non c’è stato un annuncio solenne né un manifesto artistico. C’è stato divertimento. Risate in sala prove. Brani che nascono storti e restano storti, perché funzionano così. Persone entrate non per “fare carriera”, ma perché avevano voglia di esserci, e per questo non le ringrazierò mai abbastanza. Nessuno a tirare la corda, nessuno a spegnere l’entusiasmo degli altri per sentirsi più importante.

Oggi suoniamo soprattutto per noi stessi. Che detta così sembra una resa, ma in realtà è una conquista. Quando suoni per divertirti succede una cosa curiosa: la musica respira meglio. Non è più un mezzo per arrivare da qualche parte, diventa il posto in cui stare. Il palco, il pubblico, se arrivano, sono dei regali. Se non arrivano, la serata vale comunque la pena.

Questa band non nasce da un fallimento, ma da una sottrazione. Ho tolto il rumore inutile, le persone sbagliate, l’idea che suonare debba sempre “servire” a qualcosa. Quello che è rimasto è essenziale, imperfetto, vivo.

Ed è così che dovrebbero nascere tutte le band. Non per inseguire un sogno altrui, ma per il piacere quasi infantile di fare casino insieme e chiamarlo musica.