Ci sono storie che non nascono con un applauso, ma con un sospiro. Questa è una di quelle.
Per oltre due anni ho suonato in una band, che ho lasciato sei mesi fa, ne ho parlato qui diverse volte. Idee, prove, messaggi infiniti, entusiasmi che duravano quanto una birra calda a fine serata. Ogni volta sembrava quella giusta, ogni volta qualcosa si inceppava. Il problema, l’ho capito col tempo, non era la musica in sé. Era la dinamica umana. In particolare, una persona: un altro musicista che, forse senza nemmeno volerlo davvero, finiva per svuotare il progetto di energia, fiducia, voglia. Defezioni a catena, silenzi imbarazzati, prove cancellate. Sempre lo stesso copione, con strumenti diversi.
A un certo punto succede una cosa strana. Smetti di chiederti “come facciamo a far funzionare la band” e inizi a chiederti “perché lo sto facendo?”. Non è una domanda comoda. Per me la risposta è arrivata lentamente, come un feedback che fischia e poi si stabilizza: non lo stavo più facendo per me.
Così ho mollato tutto. O meglio, ho lasciato cadere le aspettative. Niente più inseguimenti, niente più compromessi tossici in nome di un’idea romantica di gruppo. Ho ricominciato dal gesto più semplice e più dimenticato: suonare. Suonare senza obiettivi, senza strategia, senza la pressione di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Solo io, uno strumento e il rumore meraviglioso che facciamo insieme.
Ed è proprio lì, nel momento meno eroico possibile, che è nata la nuova band.
Non c’è stato un annuncio solenne né un manifesto artistico. C’è stato divertimento. Risate in sala prove. Brani che nascono storti e restano storti, perché funzionano così. Persone entrate non per “fare carriera”, ma perché avevano voglia di esserci, e per questo non le ringrazierò mai abbastanza. Nessuno a tirare la corda, nessuno a spegnere l’entusiasmo degli altri per sentirsi più importante.
Oggi suoniamo soprattutto per noi stessi. Che detta così sembra una resa, ma in realtà è una conquista. Quando suoni per divertirti succede una cosa curiosa: la musica respira meglio. Non è più un mezzo per arrivare da qualche parte, diventa il posto in cui stare. Il palco, il pubblico, se arrivano, sono dei regali. Se non arrivano, la serata vale comunque la pena.
Questa band non nasce da un fallimento, ma da una sottrazione. Ho tolto il rumore inutile, le persone sbagliate, l’idea che suonare debba sempre “servire” a qualcosa. Quello che è rimasto è essenziale, imperfetto, vivo.
Ed è così che dovrebbero nascere tutte le band. Non per inseguire un sogno altrui, ma per il piacere quasi infantile di fare casino insieme e chiamarlo musica.