Il mio canto libero

Da quando ho un PC, ed esattamente dall’epoca delle CPU Intel 8088 a 4.77 MHz, ho sempre utilizzato dei sistemi operativi chiusi e proprietari: MS-DOS all’inizio, passando per tutte le versioni di Windows, con un breve intermezzo a suo tempo con OS/2, e poi MacOS, sia su Macintosh che su PC. Quindi ho sviluppato una buona esperienza e conoscenza che mi permette da molti anni di svolgere a tempo perso attività di assistenza tecnica su praticamente qualsiasi sistema operativo e di riconoscerne “dall’interno” pregi e difetti.

Da qualche anno, però, ho preso una decisione che per molti può sembrare radicale: utilizzare esclusivamente software libero. Non è stata una scelta improvvisa, né dettata da una moda passeggera. E’ il risultato di un percorso fatto di riflessioni, tentativi, qualche frustrazione e molte scoperte entusiasmanti.

Il primo motivo è etico. Ogni volta che accendo un computer o uso un programma sto affidando un pezzetto della mia vita a quel software: i miei testi, le mie foto, i miei dati personali. Con il software libero ho la garanzia che il codice sia aperto e verificabile, che non ci siano pratiche occulte di sorveglianza o restrizioni arbitrarie. E’ una forma di rispetto reciproco: io posso usare il programma liberamente e in cambio chi lo sviluppa non mi impone catene invisibili.

Il secondo motivo è pratico. Col tempo ho capito che la flessibilità e la trasparenza del software libero non sono un lusso, ma un vantaggio concreto. Posso adattare gli strumenti alle mie esigenze, trovare alternative leggere quando il mio computer non è all’ultima moda, e soprattutto posso contare su una comunità di persone disposte ad aiutare e condividere conoscenza. Non è la solita assistenza impersonale: è un dialogo tra esseri umani mossi dalla stessa passione.

C’è poi la questione culturale. Scegliere software libero significa entrare in una logica di condivisione e collaborazione che va oltre lo strumento tecnologico. E’ un ottimo modo per dire: credo che il sapere debba essere accessibile, che la creatività cresca meglio se coltivata in comune. Non è un dettaglio, è un pezzo importante di come immagino il mondo.

Naturalmente, questa scelta non è priva di compromessi. Per ovvi motivi, ho deciso di escludere i videogiochi da questa regola. Non perché non apprezzi i progetti di gaming open source – ce ne sono di affascinanti e ben fatti – ma perché il panorama videoludico mainstream è dominato da produzioni proprietarie. Se volessi applicare la stessa rigidità anche al gioco, significherebbe rinunciare a esperienze artistiche, narrative e culturali che da sempre fanno parte della mia vita. I videogiochi sono, in fondo, un medium espressivo a sé, e preferisco considerarli un’eccezione, un terreno dove la regola del software libero non trova ancora sufficiente terreno fertile.

Così mi muovo in questa nuova quotidianità: lavoro, scrittura, navigazione e creatività sorretti da strumenti liberi, e un angolo riservato al gioco che resta ancorato al mondo proprietario. E’ un equilibrio imperfetto, certo, ma umano. Un compromesso che non indebolisce la scelta di fondo: la convinzione che la libertà digitale non sia un’astrazione, ma qualcosa che si può vivere, un clic dopo l’altro.

La cura

La musica non mi ha mai chiesto il permesso di entrare. E’ arrivata di colpo, un giorno, e non se ne è più andata. Ha scavato tane sotto la pelle, si è annidata nelle ossa, e da allora vivo con questo battito segreto che mi accompagna in ogni cosa.

La ascolto ovunque. Nel rumore dei passi la notte, nei clacson che si inseguono in città, nel vento che sfiora le persiane. Ogni suono è un invito a trasformarsi in ritmo, in melodia. E’ un riflesso automatico: la mano si muove da sola, come se ancora stringesse il manico del basso, come se le dita non avessero dimenticato la strada da percorrere sulle corde.

Eppure quella musica che mi salva è la stessa che mi condanna.
Ne ho scritto. Non suono più. Non ho più una band.

Sembra una frase semplice, quasi banale, ma dentro c’è un peso che non si misura. Perché una band non è solo un gruppo di persone che suonano insieme: è un corpo unico, un respiro condiviso. E’ quell’attimo in cui un certo numero di individui altrimenti singoli diventano un solo animale, che sputa fuori suoni, energia, vita. E quando quell’animale perde un arto, o quando ognuno prende la sua strada, tu resti con il cuore che batte ancora al ritmo del passato.

Ho provato a riempire il vuoto. Ho provato a suonare da solo, a inventarmi band immaginarie nelle stanze vuote. Ma manca la voce che ti rincorre, manca il basso che ti tiene per mano, manca il tamburo che ti ricorda che sei vivo. Suonare da solo è come urlare in una cattedrale vuota: la tua voce torna indietro, ma non basta.

Non MI basta.

La musica continua a trovarmi, a colpirmi quando meno me lo aspetto. Una canzone alla radio mi strappa un ricordo, un vecchio disco mi riporta a un palco illuminato, con la gente sotto che non ricordi neanche in faccia, ma che sentivi tua. Le luci calde, il sudore, il rumore che vibra nello stomaco, e quella sensazione di essere infinito, per un attimo solo. Un attimo che poi non torna.

E allora la ascolto, la musica degli altri. La canto piano, sottovoce, come se potessi restituire alla mia gola almeno una briciola di quello che ho perso. La canto urlando, quando sono da solo, per esorcizzare quella sensazione di perdita. E’ un amore che fa male: come guardare qualcuno che ami danzare con altri, senza di te. Sai che non potrai mai smettere di guardare, e che continuerai a sanguinare in silenzio.

Forse un giorno tornerò a suonare. Forse incontrerò di nuovo qualcuno con cui dividere la notte e le prove che finiscono magari quando fuori è già mattino. O forse no. Forse la mia musica resterà chiusa dentro di me, un giardino che non fiorisce più.

Eppure so che non smetterò mai di appartenerle. Anche nel silenzio, anche nell’assenza, la musica resta. E’ la mia ferita aperta e la mia unica cura.
E io, che non ho più una band, resto sospeso tra il ricordo e la mancanza, con l’anima che continua a vibrare.

Continua a respirare

Ci sono giorni in cui il mondo sembra piegarsi sotto il suo stesso peso, e io con lui. Cammino tra i gesti quotidiani come se fossero riti silenziosi: accendere la macchina del caffè, mettere le scarpe, controllare le chiavi prima di uscire. Eppure, dietro la banalità di ogni movimento, sento scorrere un filo sottile, invisibile, che mi ricorda di fare la cosa più semplice e più necessaria: continua a respirare.

Respiro mentre la città si muove come un sogno disordinato, tra semafori e passi frettolosi. Respiro quando i pensieri diventano troppo rumorosi e cerco rifugio in un dettaglio qualunque: una foglia che cade lenta, il sorriso distratto di uno sconosciuto, il vento che entra da una finestra socchiusa. Respiro per non smarrirmi, per restare.

Non è una fuga, non è rassegnazione. È piuttosto un modo di attraversare la vita come si attraversa un ponte sospeso: passo dopo passo, senza guardare troppo giù, lasciando che il ritmo del respiro faccia da guida. Ci sono sfide che non si risolvono, ferite che non guariscono in fretta, paure che si aggrappano ai fianchi come ombre. Ma ogni volta che inspiro e poi lascio andare, ricordo che nonostante tutto io sono ancora qui.

Continuo a bere il mio caffè amaro, a ridere quando qualcuno mi racconta una storia assurda, a camminare sotto la pioggia senza ombrello. Continuo ad alzarmi, a cadere, a ricominciare. Non perché sia facile, ma perché la vita non smette di chiamarmi, e io posso risponderle solo così: respirando ancora, respirando sempre.

E forse è questo il segreto: non serve capire fino in fondo, non serve avere sempre un piano perfetto. Basta restare, continuare a vivere i gesti, continuare a respirare.

Ripartire da me (anche quando fa paura)

Quando ho scritto quel post – “Quello che gli altri non dicono” – non sapevo esattamente cosa stessi cercando. Forse uno sfogo, forse comprensione. Forse, più semplicemente, volevo dire ad alta voce qualcosa che avevo sempre sussurrato solo a me stesso. Ma avendolo scritto di getto, quasi senza rifletterci, rileggerlo più e più volte mi ha aperto gli occhi su tanti argomenti ai quali ho sempre rifiutato di pensare.

Anche leggere il commento di un caro amico ha contribuito non poco a questa presa di coscienza.

Da allora, ormai più di un mese fa, sono successe alcune cose. Non tutte belle, non tutte lineari. Ma una, in particolare, ha fatto la differenza: ho deciso di riprendere in mano la mia vita.

Non nel senso hollywoodiano del “trasformarmi completamente”, iniziare a correre maratone (e farebbe già ridere così) o diventare influencer della body positivity. No. Ho fatto qualcosa di molto più difficile (e, a modo suo, molto più rivoluzionario): ho cominciato ad ascoltarmi.

Sul serio.

Ho smesso di rincorrere le aspettative altrui e ho iniziato a chiedermi: cosa voglio davvero? Come sto? Di cosa ho bisogno per stare meglio, anche solo un po’?

E la verità è che alcune risposte mi hanno spaventato. Perché richiedevano scelte, sacrifici, verità scomode. Come ammettere che certi rapporti come quello con una persona che frequentavo fin troppo spesso – anche se carichi, se non pieni, di affetto – erano diventati gabbie. Che certe abitudini, certi silenzi, certi “va tutto bene” erano solo modi eleganti per continuare a ignorarmi.

Così ho iniziato in autonomia un percorso psicologico, senza più vergognarmene. Non per “aggiustarmi”, ma per capirmi. Ho cominciato a fare un minimo di attività fisica, ma senza la pressione del “dimagrire a tutti i costi”. Lo faccio per sentire il mio corpo vivo, non per renderlo accettabile agli occhi altrui.

Ho ripreso a scrivere, a leggere, a dire più spesso “no” quando qualcosa mi fa male e “sì” quando sento di meritare di meglio. Ho iniziato a trattarmi come tratterei un amico e come un vero amico tratterebbe me: con gentilezza, senza sarcasmo, con un po’ più di fiducia.

E sì, ho anche perso qualche chilo. Ma, per la prima volta, non è quella la notizia. Il vero cambiamento è che ho cominciato a vedermi intero, non più solo come un corpo da correggere o da nascondere.

Sto imparando a costruire una versione di me che non è più definita solo da ciò che manca, ma anche da ciò che cresce: consapevolezza, resilienza, desiderio di autenticità.

Non è un lieto fine. È un inizio. E fa paura, ogni tanto. Ma è mio.

A chiunque si senta ancora imprigionato in un’immagine che non ha scelto, voglio dire questo: non siete sbagliati. Siete in viaggio. E anche se il percorso è lungo, ogni passo che fate verso voi stessi è già una forma di libertà.

Ci rivediamo lì.

Time.

Mi sveglio senza fretta. Non che abbia qualcosa da fare.
La sveglia non suona più, non serve. Non ci sono prove, né date da segnare, né strade da raggiungere con il basso in spalla e il cuore che corre avanti, come un cane sciolto.
Il tempo adesso è una cosa liquida, che scorre piano tra le dita senza lasciar traccia, come acqua sporca nel lavandino.

A peggiorare la situazione, sono anche in ferie.

Avevo una band. Avevo una casa fatta di suoni, una famiglia costruita tra amplificatori, cavi e leggii, tra gli sguardi complici durante un ritornello riuscito e i silenzi dopo una sfuriata per l’ennesima canzone che non veniva.
Adesso ho solo silenzi. E non quelli densi, pieni, che si creano tra due accordi ben messi. No.
Silenzio e basta.
Quello che ti ronza nelle orecchie come un acufene dell’anima.

Passo le giornate a fissare il mio basso. Sta lì, appoggiato nel rack contro la parete, come un animale addormentato, che ogni tanto apre un occhio per ricordarmi che esiste.
Lo prendo, lo suono. Ma dopo un paio di pezzi mi fermo.
Perché suonare per me stesso non basta. Non è mai bastato.
La musica è dialogo, è urlo, è risposta.
Ma io parlo da solo, adesso. E non c’è nessuno che mi risponde.

Guardo l’orologio. Sempre.
Conto le ore senza contare su niente.
Bevo caffè che non mi serve, birra che non mi disseta. Per fortuna non fumo.
Provo a scrivere, ma le mie parole mi suonano vuote.
A che serve una strofa se non hai una voce che la canta, una batteria che le corre dietro, un basso che la tiene in piedi?

La solitudine è un amplificatore al massimo volume: ti rimbomba dentro, ti fa tremare le ossa, ma nessuno la sente da fuori.
La gente ti vede, annuisce, ti chiede “quando vai a suonare?”, come se fosse una pausa.
Ma non è una pausa.
Loro non lo sanno ancora.
E’ una fine senza scena finale.

E intanto i giorni si allungano come code ai semafori.
Lenti, inutili, pieni solo di quel pensare continuo che diventa ossessione:
Cosa ho fatto? Dove sono finiti tutti?
Poi ricordo che è stata colpa mia.
E le risposte si perdono in un riverbero infinito, come quando dimentichi di abbassare il delay e la tua voce ti rincorre stanca, spezzata, lontana.

Ogni notte sogno di tornare sul palco.
Nel sogno le luci si accendono, sento le bacchette che contano “uno, due, tre, quattro”.
E poi mi sveglio.
Nel silenzio.
Ancora.
Sempre.

Mi manca il rumore.
Mi manca il disordine.
Mi manca l’attesa prima del primo accordo.

Ora non resta che aspettare.
E pensare.
Pensare.
Pensare.

Come se un giorno, in mezzo a questo tempo che non ha più forma, qualcosa potesse suonare ancora.
Magari anche solo un’eco.
Ma non mia.
Di una band.
Di nuovo.

The sound of silence

Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a scrivere queste parole. Lasciare il mio gruppo musicale è stata una delle decisioni più dolorose e assurde che abbia mai preso. Non perché non sapessi che fosse arrivato il momento — lo sapevo da tempo — ma perché ho lasciato per permettere a qualcun altro di restare. Qualcuno che, paradossalmente, stava affondando tutto quello che avevamo costruito insieme.

Eravamo una band rock, una di quelle che suonano con il cuore prima ancora che con gli strumenti. Siamo partiti da piccoli locali, stanzini male insonorizzati, prove infinite e litri di sudore sul palco. E come ogni gruppo che si rispetti, avevamo i nostri equilibri fragili, le nostre tensioni, ma anche quell’energia che ti fa sentire vivo ogni volta che scatta la prima nota.

Ma c’era anche lui. Lo chiamerò semplicemente così. Il carismatico, il simpatico, il “fuoriclasse”, almeno a sentire lui. Ma col tempo, mi sono reso conto. Ha iniziato a pretendere, a manipolare, a dividere. Ogni decisione doveva passare da lui. Ogni arrangiamento era “sbagliato” se non seguiva le sue indicazioni. Ogni critica diventava un affronto personale. E se provavi a opporti, eri subito il problema.

Io ho provato a parlare. A negoziare. A chiedere lo stesso spazio per tutti. Ma niente: la risposta era sempre un sorriso sprezzante e quella frase che ci siamo sentiti dire in mille salse — “Senza di me, questo gruppo non farebbe nemmeno serate.”

Il peggio è stato vedere come alcuni ci credevano. O forse si erano solo arresi.

Quando c’è stato l’ultimo confronto, nel quale abbiamo esternato le nostre preoccupazioni e mi sono opposto alla sua ultima decisione presa senza sentire le nostre opinioni, con l’alterigia che lo ha sempre contraddistinto ha detto “Per me è finita, me ne vado“.

Sapevo che sarei stato meglio senza di lui ma allo stesso tempo vedere gli altri arrabbiati e preoccupati per il suo abbandono, mi ha fatto riflettere.

Alla fine, l’alternativa era restare e lottare contro un muro, oppure… mollare.

E così ho fatto. Ho lasciato. Non perché non ci tenessi, ma perché non volevo vedere la band morire tra tensioni e silenzi pesanti. Ho fatto un passo indietro, lasciando il palco a quello che aveva bisogno di sentirsi sempre al centro dell’attenzione, a qualunque costo.

Non ho visto levate di scudi a difesa della mia posizione. Probabilmente non le meritavo.
Quello che non capisco è perché difenderlo. Perché pregarlo e farlo sentire ancora più importante di quanto si senta. Perché decidere di continuare con questo personaggio tossico e passare i prossimi mesi o anni a farsi comandare a bacchetta… fino alla prossima discussione.

È stato devastante. Uscire dal gruppo non è solo rinunciare alla musica che suonavi, è rinunciare a una parte di te. Ho pianto. Mi sono chiesto cento volte se avessi sbagliato tutto. Ma poi, lentamente, è arrivata anche una strana pace. Il silenzio dopo il caos. La consapevolezza che, a volte, lasciare non è una fuga: è un atto d’amore. Per sé stessi. Per la musica. Anche per chi non se lo merita.

So che in molti non capiranno. Alcuni penseranno che ho mollato. Che ho avuto paura. Ma la verità è che ho scelto di non contribuire più a un ambiente che aveva smesso di essere sincero.

Magari un giorno, forse presto, tornerò su un palco. Forse no. Ma se succederà, sarà con persone che capiscono che la musica si fa insieme. Non con chi crede che comandare sia più importante che condividere.

E se lui leggerà mai queste parole… spero capisca. Anche se, onestamente, non ci credo più.

L’amico ritrovato

Ricordo ancora il suo sguardo, il primo giorno che sono andato in canile. Non era paura, né rabbia. Era un misto di rassegnazione e speranza, come se dentro quegli occhi ci fosse ancora una piccola luce, un “forse” che chiedeva solo una possibilità.

Lui, che ora si chiama Rocky, non aveva ancora un nome ed era un randagio con il pelo arruffato e lo sguardo che ti penetrava l’anima. “Non abbaia” mi dissero. “Per noi è Patatone”. Tutti gli altri nelle gabbie saltavano e abbaiavano come a dire “Scegli ME!”. Lui no. Semplicemente allungò le zampe sotto al cancello nel tentativo di toccarmi. E in quel preciso momento ho capito che non sarei stato io a scegliere lui, ma lui a scegliere me. O meglio, ci saremmo scelti a vicenda.

In macchina, tornando a casa dal canile, si è accoccolato sul sedile del passeggero e forse per paura che gli facessi del male mi leccava il braccio come per rassicurarmi: “Sono buono”

Portarlo a casa è stato come accogliere una piccola tempesta silenziosa. I primi giorni erano fatti di passi incerti, silenzi carichi di significato, piccoli gesti che cercavano di costruire fiducia. Mentre cercavo di abituarlo al guinzaglio nascondeva la testa nei cespugli pensando di non essere visto. Non mi guardava mai dritto negli occhi, mangiava solo quando uscivo dalla stanza, tremava al minimo rumore. Ma c’era una promessa nascosta in ogni suo gesto: “Se resti, io ci provo”.

E io sono rimasto.

Giorno dopo giorno, ci siamo avvicinati. Ho imparato a rispettare i suoi tempi, lui ha imparato a leggere i miei. Ogni passo avanti era una conquista. La prima volta che si è addormentato ai miei piedi, la prima corsa sul prato, il primo scodinzolio sincero. E poi quel momento che non dimenticherò mai: mi ha leccato la mano, guardandomi negli occhi. Era un gesto semplice, ma lì dentro c’era tutto. Fiducia. Gratitudine. Amore.

Da allora siamo inseparabili. Lui mi segue ovunque, non per ansia, ma per scelta. È il mio riflesso, il mio silenzioso compagno di vita. Mi ascolta anche quando non parlo, percepisce le mie emozioni prima di me. Quando sono felice, esplode di gioia. Quando sono triste, si fa piccolo accanto a me, come a dire: “Sto qui, finché non passa”.

Il nostro rapporto è simbiotico, ma non in senso romantico o idealizzato. È qualcosa di più crudo, reale. Lui è arrivato da un passato che forse l’ha ferito, io da una vita che a volte mi ha svuotato. Ci siamo trovati nel momento giusto, due anime rotte che, insieme, hanno iniziato a guarire.

La verità è che io non l’ho salvato. Lui ha salvato me. Mi ha insegnato cosa vuol dire amore senza condizioni, presenza vera, lealtà assoluta. In lui ho trovato una casa che non ha mura, ma calore. E ogni giorno, guardandolo dormire accanto a me, so che tra noi esiste qualcosa di puro e raro: un amore che non chiede nulla, ma dà tutto.

E tutto questo… è cominciato in un canile.

Un giorno alla volta

Quando ero bambino, mio padre era il mio eroe. Non parlava molto, ma sapeva fare qualsiasi lavoro e aggiustare qualsiasi cosa si rompesse in casa, e aveva quella forza che mi faceva sentire protetto anche nei momenti peggiori. Era anche severo, non posso negarlo. Ma oggi, quell’uomo – dal quale ho imparato a fare qualunque cosa – sta scomparendo davanti ai miei occhi. Non è morto. Peggio: se ne sta andando a pezzi, lentamente, divorato da una malattia silenziosa e crudele che si chiama demenza.

All’inizio erano solo piccole dimenticanze. “Dove ho messo le chiavi?”, “Che giorno è oggi?”. Ne ridevamo insieme, come si fa con le stranezze dell’età: “Te stai a rincojonì!”. Nessuno di noi voleva ammettere che c’era qualcosa di più. Poi, però, ha iniziato a dimenticare fatti, volti, luoghi familiari. Ha cominciato a confondere la sorella con la madre. Un giorno mi ha guardato negli occhi, con uno sguardo smarrito, come se non mi riconoscesse. E’ passato, è stato un momento, ma terrificante.

Mi si è spezzato qualcosa dentro. Non è un dolore che si possa spiegare. È come se ogni giorno perdessi un pezzo di lui, mentre il suo corpo è ancora lì, davanti a me. A volte sembra tornare, per qualche minuto, magari per ricordare un vecchio aneddoto, una battuta, un nome. E io trattengo il fiato, cercando di godermi quei frammenti di lucidità come se fossero oro. Ma poi scivolano via. E resta solo il silenzio. O la confusione. O peggio ancora, l’aggressività.

Lo vedo frustrato, arrabbiato con il mondo, con se stesso, con me. A volte – ultimamente meno – piange come un bambino, altre volte mi accusa di cose mai avvenute. Cerco di non prendermela, ma fa male. Fa un male cane. Perché so che non è lui. E allo stesso tempo… è ancora lui. Solo che non lo riconosco più.

Le giornate sono diventate un campo minato: svegliarsi senza sapere cosa combinerà, cercare di tenerlo al sicuro quando vuole uscire e non sa dove andare, spiegargli per la centesima volta che la mamma — sua moglie, mia madre — non ce l’ha con lui. E nemmeno io. Cerchiamo solo di evitare come già successo che salga di nascosto sul tetto per togliere le foglie dalla grondaia. E non è l’unica cosa rischiosa che si sente in diritto di fare.

Mi sento impotente. Solo. Triste. A volte arrabbiato con lui, anche se so che non dovrei. La verità è che sto vivendo un lutto che non finisce mai. Sto perdendo mio padre, ma non posso lasciarlo andare, perché ha ancora bisogno di me. Perché il suo corpo è ancora qui, e io non riesco a smettere di sperare, inutilmente, che domani possa tornare ad essere com’era.

Scrivo questo perché – e questo sembra quasi il leitmotiv di questo blog – so che non sono solo. Perché ci sono tanti figli e figlie là fuori che stanno vivendo la stessa lenta tragedia. E perché sento il bisogno di urlare il mio dolore in un mondo che spesso ignora queste sofferenze silenziose, quotidiane, logoranti.

Vorrei solo poterlo riabbracciare, davvero. Sentire ancora una volta la sua voce chiamarmi con quella sicurezza che aveva un tempo. Vorrei poter tornare ad essere figlio, senza dover essere anche il suo genitore. Ma questa malattia bastarda non fa sconti. Ti prende tutto, poco alla volta. E io, ogni giorno, cerco solo di non perdermi anch’io.

La strada che non ho preso

Due strade divergevano in un bosco ingiallito
e spiacente di non potere prenderle entrambe
continuando ad essere uno solo, a lungo mi fermai
e scrutai una di quelle fin dove mi fu possibile
là dove svoltava nel sottobosco;

Poi, presi l’altra, altrettanto bella
e che aveva forse più giustificata pretesa
perchè era erbosa e poco battuta;
anche se, a dire il vero, il continuo passaggio
le aveva dopotutto consunte più o meno allo stesso modo.

E quel mattino entrambe si presentavano parimenti
nessun passo aveva calpestato annerendole le foglie.
Oh, mi riservai la prima per un altro giorno!
Tuttavia, sapendo come una via conduce ad altra via,
non credevo che sarei mai tornato indietro.

Racconterò tutte queste cose con un sospiro
da qualche parte, tra tanto, tanto tempo:
Due strade divergevano in un bosco ed io –
io presi quella meno battuta,
e questo ha fatto cambiare tutto.

(Robert Frost)