Che fine ha fatto l’italiano?

Signori, ho una teoria: l’italiano non è morto, si è semplicemente preso una vacanza lunga. Probabilmente se la sta spassando da qualche parte in spiaggia con un mojito in mano, mentre noi, qui, scriviamo cose tipo ne ho bisogno ha me e pensiamo pure di aver fatto bella figura. La prima vittima della strage grammaticale è la povera h. Quella letterina muta, invisibile, apparentemente inutile, che però decide il destino di intere frasi. Un tempo sapevamo distinguere ho da o, ha da a. Adesso ci ritroviamo davanti a capolavori come: “Sei bravo, lo ai dimostrato.” E io, davanti a quel continua a leggere

Il mio canto libero

Da quando ho un PC, ed esattamente dall’epoca delle CPU Intel 8088 a 4.77 MHz, ho sempre utilizzato dei sistemi operativi chiusi e proprietari: MS-DOS all’inizio, passando per tutte le versioni di Windows, con un breve intermezzo a suo tempo con OS/2, e poi MacOS, sia su Macintosh che su PC. Quindi ho sviluppato una buona esperienza e conoscenza che mi permette da molti anni di svolgere a tempo perso attività di assistenza tecnica su praticamente qualsiasi sistema operativo e di riconoscerne “dall’interno” pregi e difetti. Da qualche anno, però, ho preso una decisione che per molti può sembrare radicale: continua a leggere

La cura

La musica non mi ha mai chiesto il permesso di entrare. E’ arrivata di colpo, un giorno, e non se ne è più andata. Ha scavato tane sotto la pelle, si è annidata nelle ossa, e da allora vivo con questo battito segreto che mi accompagna in ogni cosa. La ascolto ovunque. Nel rumore dei passi la notte, nei clacson che si inseguono in città, nel vento che sfiora le persiane. Ogni suono è un invito a trasformarsi in ritmo, in melodia. E’ un riflesso automatico: la mano si muove da sola, come se ancora stringesse il manico del basso, continua a leggere

Continua a respirare

Ci sono giorni in cui il mondo sembra piegarsi sotto il suo stesso peso, e io con lui. Cammino tra i gesti quotidiani come se fossero riti silenziosi: accendere la macchina del caffè, mettere le scarpe, controllare le chiavi prima di uscire. Eppure, dietro la banalità di ogni movimento, sento scorrere un filo sottile, invisibile, che mi ricorda di fare la cosa più semplice e più necessaria: continua a respirare. Respiro mentre la città si muove come un sogno disordinato, tra semafori e passi frettolosi. Respiro quando i pensieri diventano troppo rumorosi e cerco rifugio in un dettaglio qualunque: una continua a leggere

Ripartire da me (anche quando fa paura)

Quando ho scritto quel post – “Quello che gli altri non dicono” – non sapevo esattamente cosa stessi cercando. Forse uno sfogo, forse comprensione. Forse, più semplicemente, volevo dire ad alta voce qualcosa che avevo sempre sussurrato solo a me stesso. Ma avendolo scritto di getto, quasi senza rifletterci, rileggerlo più e più volte mi ha aperto gli occhi su tanti argomenti ai quali ho sempre rifiutato di pensare. Anche leggere il commento di un caro amico ha contribuito non poco a questa presa di coscienza. Da allora, ormai più di un mese fa, sono successe alcune cose. Non tutte continua a leggere

Time.

Mi sveglio senza fretta. Non che abbia qualcosa da fare.La sveglia non suona più, non serve. Non ci sono prove, né date da segnare, né strade da raggiungere con il basso in spalla e il cuore che corre avanti, come un cane sciolto.Il tempo adesso è una cosa liquida, che scorre piano tra le dita senza lasciar traccia, come acqua sporca nel lavandino. A peggiorare la situazione, sono anche in ferie. Avevo una band. Avevo una casa fatta di suoni, una famiglia costruita tra amplificatori, cavi e leggii, tra gli sguardi complici durante un ritornello riuscito e i silenzi dopo continua a leggere

The sound of silence

Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a scrivere queste parole. Lasciare il mio gruppo musicale è stata una delle decisioni più dolorose e assurde che abbia mai preso. Non perché non sapessi che fosse arrivato il momento — lo sapevo da tempo — ma perché ho lasciato per permettere a qualcun altro di restare. Qualcuno che, paradossalmente, stava affondando tutto quello che avevamo costruito insieme. Eravamo una band rock, una di quelle che suonano con il cuore prima ancora che con gli strumenti. Siamo partiti da piccoli locali, stanzini male insonorizzati, prove infinite e litri di continua a leggere

L’amico ritrovato

Ricordo ancora il suo sguardo, il primo giorno che sono andato in canile. Non era paura, né rabbia. Era un misto di rassegnazione e speranza, come se dentro quegli occhi ci fosse ancora una piccola luce, un “forse” che chiedeva solo una possibilità. Lui, che ora si chiama Rocky, non aveva ancora un nome ed era un randagio con il pelo arruffato e lo sguardo che ti penetrava l’anima. “Non abbaia” mi dissero. “Per noi è Patatone”. Tutti gli altri nelle gabbie saltavano e abbaiavano come a dire “Scegli ME!”. Lui no. Semplicemente allungò le zampe sotto al cancello nel continua a leggere

Un giorno alla volta

Quando ero bambino, mio padre era il mio eroe. Non parlava molto, ma sapeva fare qualsiasi lavoro e aggiustare qualsiasi cosa si rompesse in casa, e aveva quella forza che mi faceva sentire protetto anche nei momenti peggiori. Era anche severo, non posso negarlo. Ma oggi, quell’uomo – dal quale ho imparato a fare qualunque cosa – sta scomparendo davanti ai miei occhi. Non è morto. Peggio: se ne sta andando a pezzi, lentamente, divorato da una malattia silenziosa e crudele che si chiama demenza. All’inizio erano solo piccole dimenticanze. “Dove ho messo le chiavi?”, “Che giorno è oggi?”. Ne continua a leggere