Continua a respirare

Ci sono giorni in cui il mondo sembra piegarsi sotto il suo stesso peso, e io con lui. Cammino tra i gesti quotidiani come se fossero riti silenziosi: accendere la macchina del caffè, mettere le scarpe, controllare le chiavi prima di uscire. Eppure, dietro la banalità di ogni movimento, sento scorrere un filo sottile, invisibile, che mi ricorda di fare la cosa più semplice e più necessaria: continua a respirare.

Respiro mentre la città si muove come un sogno disordinato, tra semafori e passi frettolosi. Respiro quando i pensieri diventano troppo rumorosi e cerco rifugio in un dettaglio qualunque: una foglia che cade lenta, il sorriso distratto di uno sconosciuto, il vento che entra da una finestra socchiusa. Respiro per non smarrirmi, per restare.

Non è una fuga, non è rassegnazione. È piuttosto un modo di attraversare la vita come si attraversa un ponte sospeso: passo dopo passo, senza guardare troppo giù, lasciando che il ritmo del respiro faccia da guida. Ci sono sfide che non si risolvono, ferite che non guariscono in fretta, paure che si aggrappano ai fianchi come ombre. Ma ogni volta che inspiro e poi lascio andare, ricordo che nonostante tutto io sono ancora qui.

Continuo a bere il mio caffè amaro, a ridere quando qualcuno mi racconta una storia assurda, a camminare sotto la pioggia senza ombrello. Continuo ad alzarmi, a cadere, a ricominciare. Non perché sia facile, ma perché la vita non smette di chiamarmi, e io posso risponderle solo così: respirando ancora, respirando sempre.

E forse è questo il segreto: non serve capire fino in fondo, non serve avere sempre un piano perfetto. Basta restare, continuare a vivere i gesti, continuare a respirare.

Ripartire da me (anche quando fa paura)

Quando ho scritto quel post – “Quello che gli altri non dicono” – non sapevo esattamente cosa stessi cercando. Forse uno sfogo, forse comprensione. Forse, più semplicemente, volevo dire ad alta voce qualcosa che avevo sempre sussurrato solo a me stesso. Ma avendolo scritto di getto, quasi senza rifletterci, rileggerlo più e più volte mi ha aperto gli occhi su tanti argomenti ai quali ho sempre rifiutato di pensare.

Anche leggere il commento di un caro amico ha contribuito non poco a questa presa di coscienza.

Da allora, ormai più di un mese fa, sono successe alcune cose. Non tutte belle, non tutte lineari. Ma una, in particolare, ha fatto la differenza: ho deciso di riprendere in mano la mia vita.

Non nel senso hollywoodiano del “trasformarmi completamente”, iniziare a correre maratone (e farebbe già ridere così) o diventare influencer della body positivity. No. Ho fatto qualcosa di molto più difficile (e, a modo suo, molto più rivoluzionario): ho cominciato ad ascoltarmi.

Sul serio.

Ho smesso di rincorrere le aspettative altrui e ho iniziato a chiedermi: cosa voglio davvero? Come sto? Di cosa ho bisogno per stare meglio, anche solo un po’?

E la verità è che alcune risposte mi hanno spaventato. Perché richiedevano scelte, sacrifici, verità scomode. Come ammettere che certi rapporti come quello con una persona che frequentavo fin troppo spesso – anche se carichi, se non pieni, di affetto – erano diventati gabbie. Che certe abitudini, certi silenzi, certi “va tutto bene” erano solo modi eleganti per continuare a ignorarmi.

Così ho iniziato in autonomia un percorso psicologico, senza più vergognarmene. Non per “aggiustarmi”, ma per capirmi. Ho cominciato a fare un minimo di attività fisica, ma senza la pressione del “dimagrire a tutti i costi”. Lo faccio per sentire il mio corpo vivo, non per renderlo accettabile agli occhi altrui.

Ho ripreso a scrivere, a leggere, a dire più spesso “no” quando qualcosa mi fa male e “sì” quando sento di meritare di meglio. Ho iniziato a trattarmi come tratterei un amico e come un vero amico tratterebbe me: con gentilezza, senza sarcasmo, con un po’ più di fiducia.

E sì, ho anche perso qualche chilo. Ma, per la prima volta, non è quella la notizia. Il vero cambiamento è che ho cominciato a vedermi intero, non più solo come un corpo da correggere o da nascondere.

Sto imparando a costruire una versione di me che non è più definita solo da ciò che manca, ma anche da ciò che cresce: consapevolezza, resilienza, desiderio di autenticità.

Non è un lieto fine. È un inizio. E fa paura, ogni tanto. Ma è mio.

A chiunque si senta ancora imprigionato in un’immagine che non ha scelto, voglio dire questo: non siete sbagliati. Siete in viaggio. E anche se il percorso è lungo, ogni passo che fate verso voi stessi è già una forma di libertà.

Ci rivediamo lì.

Time.

Mi sveglio senza fretta. Non che abbia qualcosa da fare.
La sveglia non suona più, non serve. Non ci sono prove, né date da segnare, né strade da raggiungere con il basso in spalla e il cuore che corre avanti, come un cane sciolto.
Il tempo adesso è una cosa liquida, che scorre piano tra le dita senza lasciar traccia, come acqua sporca nel lavandino.

A peggiorare la situazione, sono anche in ferie.

Avevo una band. Avevo una casa fatta di suoni, una famiglia costruita tra amplificatori, cavi e leggii, tra gli sguardi complici durante un ritornello riuscito e i silenzi dopo una sfuriata per l’ennesima canzone che non veniva.
Adesso ho solo silenzi. E non quelli densi, pieni, che si creano tra due accordi ben messi. No.
Silenzio e basta.
Quello che ti ronza nelle orecchie come un acufene dell’anima.

Passo le giornate a fissare il mio basso. Sta lì, appoggiato nel rack contro la parete, come un animale addormentato, che ogni tanto apre un occhio per ricordarmi che esiste.
Lo prendo, lo suono. Ma dopo un paio di pezzi mi fermo.
Perché suonare per me stesso non basta. Non è mai bastato.
La musica è dialogo, è urlo, è risposta.
Ma io parlo da solo, adesso. E non c’è nessuno che mi risponde.

Guardo l’orologio. Sempre.
Conto le ore senza contare su niente.
Bevo caffè che non mi serve, birra che non mi disseta. Per fortuna non fumo.
Provo a scrivere, ma le mie parole mi suonano vuote.
A che serve una strofa se non hai una voce che la canta, una batteria che le corre dietro, un basso che la tiene in piedi?

La solitudine è un amplificatore al massimo volume: ti rimbomba dentro, ti fa tremare le ossa, ma nessuno la sente da fuori.
La gente ti vede, annuisce, ti chiede “quando vai a suonare?”, come se fosse una pausa.
Ma non è una pausa.
Loro non lo sanno ancora.
E’ una fine senza scena finale.

E intanto i giorni si allungano come code ai semafori.
Lenti, inutili, pieni solo di quel pensare continuo che diventa ossessione:
Cosa ho fatto? Dove sono finiti tutti?
Poi ricordo che è stata colpa mia.
E le risposte si perdono in un riverbero infinito, come quando dimentichi di abbassare il delay e la tua voce ti rincorre stanca, spezzata, lontana.

Ogni notte sogno di tornare sul palco.
Nel sogno le luci si accendono, sento le bacchette che contano “uno, due, tre, quattro”.
E poi mi sveglio.
Nel silenzio.
Ancora.
Sempre.

Mi manca il rumore.
Mi manca il disordine.
Mi manca l’attesa prima del primo accordo.

Ora non resta che aspettare.
E pensare.
Pensare.
Pensare.

Come se un giorno, in mezzo a questo tempo che non ha più forma, qualcosa potesse suonare ancora.
Magari anche solo un’eco.
Ma non mia.
Di una band.
Di nuovo.

The sound of silence

Non avrei mai pensato che un giorno mi sarei trovato a scrivere queste parole. Lasciare il mio gruppo musicale è stata una delle decisioni più dolorose e assurde che abbia mai preso. Non perché non sapessi che fosse arrivato il momento — lo sapevo da tempo — ma perché ho lasciato per permettere a qualcun altro di restare. Qualcuno che, paradossalmente, stava affondando tutto quello che avevamo costruito insieme.

Eravamo una band rock, una di quelle che suonano con il cuore prima ancora che con gli strumenti. Siamo partiti da piccoli locali, stanzini male insonorizzati, prove infinite e litri di sudore sul palco. E come ogni gruppo che si rispetti, avevamo i nostri equilibri fragili, le nostre tensioni, ma anche quell’energia che ti fa sentire vivo ogni volta che scatta la prima nota.

Ma c’era anche lui. Lo chiamerò semplicemente così. Il carismatico, il simpatico, il “fuoriclasse”, almeno a sentire lui. Ma col tempo, mi sono reso conto. Ha iniziato a pretendere, a manipolare, a dividere. Ogni decisione doveva passare da lui. Ogni arrangiamento era “sbagliato” se non seguiva le sue indicazioni. Ogni critica diventava un affronto personale. E se provavi a opporti, eri subito il problema.

Io ho provato a parlare. A negoziare. A chiedere lo stesso spazio per tutti. Ma niente: la risposta era sempre un sorriso sprezzante e quella frase che ci siamo sentiti dire in mille salse — “Senza di me, questo gruppo non farebbe nemmeno serate.”

Il peggio è stato vedere come alcuni ci credevano. O forse si erano solo arresi.

Quando c’è stato l’ultimo confronto, nel quale abbiamo esternato le nostre preoccupazioni e mi sono opposto alla sua ultima decisione presa senza sentire le nostre opinioni, con l’alterigia che lo ha sempre contraddistinto ha detto “Per me è finita, me ne vado“.

Sapevo che sarei stato meglio senza di lui ma allo stesso tempo vedere gli altri arrabbiati e preoccupati per il suo abbandono, mi ha fatto riflettere.

Alla fine, l’alternativa era restare e lottare contro un muro, oppure… mollare.

E così ho fatto. Ho lasciato. Non perché non ci tenessi, ma perché non volevo vedere la band morire tra tensioni e silenzi pesanti. Ho fatto un passo indietro, lasciando il palco a quello che aveva bisogno di sentirsi sempre al centro dell’attenzione, a qualunque costo.

Non ho visto levate di scudi a difesa della mia posizione. Probabilmente non le meritavo.
Quello che non capisco è perché difenderlo. Perché pregarlo e farlo sentire ancora più importante di quanto si senta. Perché decidere di continuare con questo personaggio tossico e passare i prossimi mesi o anni a farsi comandare a bacchetta… fino alla prossima discussione.

È stato devastante. Uscire dal gruppo non è solo rinunciare alla musica che suonavi, è rinunciare a una parte di te. Ho pianto. Mi sono chiesto cento volte se avessi sbagliato tutto. Ma poi, lentamente, è arrivata anche una strana pace. Il silenzio dopo il caos. La consapevolezza che, a volte, lasciare non è una fuga: è un atto d’amore. Per sé stessi. Per la musica. Anche per chi non se lo merita.

So che in molti non capiranno. Alcuni penseranno che ho mollato. Che ho avuto paura. Ma la verità è che ho scelto di non contribuire più a un ambiente che aveva smesso di essere sincero.

Magari un giorno, forse presto, tornerò su un palco. Forse no. Ma se succederà, sarà con persone che capiscono che la musica si fa insieme. Non con chi crede che comandare sia più importante che condividere.

E se lui leggerà mai queste parole… spero capisca. Anche se, onestamente, non ci credo più.

L’amico ritrovato

Ricordo ancora il suo sguardo, il primo giorno che sono andato in canile. Non era paura, né rabbia. Era un misto di rassegnazione e speranza, come se dentro quegli occhi ci fosse ancora una piccola luce, un “forse” che chiedeva solo una possibilità.

Lui, che ora si chiama Rocky, non aveva ancora un nome ed era un randagio con il pelo arruffato e lo sguardo che ti penetrava l’anima. “Non abbaia” mi dissero. “Per noi è Patatone”. Tutti gli altri nelle gabbie saltavano e abbaiavano come a dire “Scegli ME!”. Lui no. Semplicemente allungò le zampe sotto al cancello nel tentativo di toccarmi. E in quel preciso momento ho capito che non sarei stato io a scegliere lui, ma lui a scegliere me. O meglio, ci saremmo scelti a vicenda.

In macchina, tornando a casa dal canile, si è accoccolato sul sedile del passeggero e forse per paura che gli facessi del male mi leccava il braccio come per rassicurarmi: “Sono buono”

Portarlo a casa è stato come accogliere una piccola tempesta silenziosa. I primi giorni erano fatti di passi incerti, silenzi carichi di significato, piccoli gesti che cercavano di costruire fiducia. Mentre cercavo di abituarlo al guinzaglio nascondeva la testa nei cespugli pensando di non essere visto. Non mi guardava mai dritto negli occhi, mangiava solo quando uscivo dalla stanza, tremava al minimo rumore. Ma c’era una promessa nascosta in ogni suo gesto: “Se resti, io ci provo”.

E io sono rimasto.

Giorno dopo giorno, ci siamo avvicinati. Ho imparato a rispettare i suoi tempi, lui ha imparato a leggere i miei. Ogni passo avanti era una conquista. La prima volta che si è addormentato ai miei piedi, la prima corsa sul prato, il primo scodinzolio sincero. E poi quel momento che non dimenticherò mai: mi ha leccato la mano, guardandomi negli occhi. Era un gesto semplice, ma lì dentro c’era tutto. Fiducia. Gratitudine. Amore.

Da allora siamo inseparabili. Lui mi segue ovunque, non per ansia, ma per scelta. È il mio riflesso, il mio silenzioso compagno di vita. Mi ascolta anche quando non parlo, percepisce le mie emozioni prima di me. Quando sono felice, esplode di gioia. Quando sono triste, si fa piccolo accanto a me, come a dire: “Sto qui, finché non passa”.

Il nostro rapporto è simbiotico, ma non in senso romantico o idealizzato. È qualcosa di più crudo, reale. Lui è arrivato da un passato che forse l’ha ferito, io da una vita che a volte mi ha svuotato. Ci siamo trovati nel momento giusto, due anime rotte che, insieme, hanno iniziato a guarire.

La verità è che io non l’ho salvato. Lui ha salvato me. Mi ha insegnato cosa vuol dire amore senza condizioni, presenza vera, lealtà assoluta. In lui ho trovato una casa che non ha mura, ma calore. E ogni giorno, guardandolo dormire accanto a me, so che tra noi esiste qualcosa di puro e raro: un amore che non chiede nulla, ma dà tutto.

E tutto questo… è cominciato in un canile.

Un giorno alla volta

Quando ero bambino, mio padre era il mio eroe. Non parlava molto, ma sapeva fare qualsiasi lavoro e aggiustare qualsiasi cosa si rompesse in casa, e aveva quella forza che mi faceva sentire protetto anche nei momenti peggiori. Era anche severo, non posso negarlo. Ma oggi, quell’uomo – dal quale ho imparato a fare qualunque cosa – sta scomparendo davanti ai miei occhi. Non è morto. Peggio: se ne sta andando a pezzi, lentamente, divorato da una malattia silenziosa e crudele che si chiama demenza.

All’inizio erano solo piccole dimenticanze. “Dove ho messo le chiavi?”, “Che giorno è oggi?”. Ne ridevamo insieme, come si fa con le stranezze dell’età: “Te stai a rincojonì!”. Nessuno di noi voleva ammettere che c’era qualcosa di più. Poi, però, ha iniziato a dimenticare fatti, volti, luoghi familiari. Ha cominciato a confondere la sorella con la madre. Un giorno mi ha guardato negli occhi, con uno sguardo smarrito, come se non mi riconoscesse. E’ passato, è stato un momento, ma terrificante.

Mi si è spezzato qualcosa dentro. Non è un dolore che si possa spiegare. È come se ogni giorno perdessi un pezzo di lui, mentre il suo corpo è ancora lì, davanti a me. A volte sembra tornare, per qualche minuto, magari per ricordare un vecchio aneddoto, una battuta, un nome. E io trattengo il fiato, cercando di godermi quei frammenti di lucidità come se fossero oro. Ma poi scivolano via. E resta solo il silenzio. O la confusione. O peggio ancora, l’aggressività.

Lo vedo frustrato, arrabbiato con il mondo, con se stesso, con me. A volte – ultimamente meno – piange come un bambino, altre volte mi accusa di cose mai avvenute. Cerco di non prendermela, ma fa male. Fa un male cane. Perché so che non è lui. E allo stesso tempo… è ancora lui. Solo che non lo riconosco più.

Le giornate sono diventate un campo minato: svegliarsi senza sapere cosa combinerà, cercare di tenerlo al sicuro quando vuole uscire e non sa dove andare, spiegargli per la centesima volta che la mamma — sua moglie, mia madre — non ce l’ha con lui. E nemmeno io. Cerchiamo solo di evitare come già successo che salga di nascosto sul tetto per togliere le foglie dalla grondaia. E non è l’unica cosa rischiosa che si sente in diritto di fare.

Mi sento impotente. Solo. Triste. A volte arrabbiato con lui, anche se so che non dovrei. La verità è che sto vivendo un lutto che non finisce mai. Sto perdendo mio padre, ma non posso lasciarlo andare, perché ha ancora bisogno di me. Perché il suo corpo è ancora qui, e io non riesco a smettere di sperare, inutilmente, che domani possa tornare ad essere com’era.

Scrivo questo perché – e questo sembra quasi il leitmotiv di questo blog – so che non sono solo. Perché ci sono tanti figli e figlie là fuori che stanno vivendo la stessa lenta tragedia. E perché sento il bisogno di urlare il mio dolore in un mondo che spesso ignora queste sofferenze silenziose, quotidiane, logoranti.

Vorrei solo poterlo riabbracciare, davvero. Sentire ancora una volta la sua voce chiamarmi con quella sicurezza che aveva un tempo. Vorrei poter tornare ad essere figlio, senza dover essere anche il suo genitore. Ma questa malattia bastarda non fa sconti. Ti prende tutto, poco alla volta. E io, ogni giorno, cerco solo di non perdermi anch’io.

Quello che gli altri non dicono

Mi chiamo Luca, ma a volte ho la sensazione che il mio nome, la mia voce, la mia personalità intera si dissolvano dietro un solo, ingombrante dettaglio: il mio corpo. O, per essere più precisi, il mio peso.

Sono una persona molto sovrappeso. Non lo nascondo, non lo nego, ma neanche voglio che sia il mio unico tratto identificativo. Eppure, è esattamente quello che succede, costantemente.

Ogni volta che entro in una stanza, ogni volta che mi presento a qualcuno, ogni volta che parlo con amici, familiari, conoscenti sento come se la conversazione, anche se non esplicitamente, passasse attraverso un filtro: il mio aspetto fisico. È come se il mio corpo fosse la lente attraverso cui viene letta ogni mia parola, ogni mio gesto, ed è una sensazione che logora, lentamente ma senza tregua.

Non voglio sembrare vittimista, ma vi assicuro che è devastante quando anche chi dovrebbe amarti – genitori, partner, amici stretti – finisce per cadere nella stessa trappola. “Lo dico per il tuo bene”, “Mi preoccupo per la tua salute”, “Dovresti fare qualcosa”. Frasi che conosco a memoria, che arrivano persino da chi ti guarda con amore, ma che poi sembra dimenticare tutto il resto di te.

Sono intelligente, ho studiato, sono curioso, ironico, abbastanza empatico, ho passioni, sogni, una cultura discreta e una generosità che mi ha spesso fatto mettere da parte i miei bisogni per aiutare gli altri. Ma, spesso, sento che nulla di tutto questo conti se prima non dimagrisco, come se valessi meno finché non entro in una taglia accettabile.

E vorrei potervi dire che non ho mai provato a cambiare, che ho semplicemente accettato la mia condizione e basta. Ma sarebbe una bugia. Ho provato a seguire alcune diete e a svolgere una minima attività fisica per quanto il mio peso potesse consentire. In certi periodi sono anche riuscito a perdere qualche chilo, per poi riprenderlo puntualmente, a volte con gli interessi.

Il corpo sembra ribellarsi. Il metabolismo, l’umore, le energie: tutto sembra remarmi contro, e quel che è peggio è che ogni fallimento pesa più dei chili stessi. Perché non è solo la bilancia a giudicarti: sono anche gli altri, e – peggio ancora – sei tu stesso a sentirti in colpa, incapace, inadeguato.

E poi ci sono quei momenti strani, imprevisti, che ti colpiscono quando meno te lo aspetti. Come quando ascolto “L’elefante e la farfalla” di Zarrillo. C’è una delicatezza struggente in quella canzone, ma anche un’immagine che mi trafigge: la goffaggine, la sproporzione, l’idea di essere un peso che non può volare. E anche se capisco che il brano parla d’amore, io non riesco a non vedermi in quell’elefante che, per quanto si sforzi, non riuscirà mai a essere leggero.

Oppure “My Body Is a Cage” di Peter Gabriel. Una canzone splendida, profonda, poetica. Ma devastante per me. Quelle parole – “my body is a cage that keeps me from dancing with the one I love” – sono una ferita aperta. Perché è proprio così che mi sento: imprigionato. Dentro un corpo che gli altri non capiscono, che io stesso non riesco a cambiare, che sembra separarmi da tutto ciò che potrei essere. Dalla libertà, dalla leggerezza, dalla felicità. A volte spengo la musica, a metà canzone, perché non ce la faccio. È troppo vicina alla verità.

Ho iniziato a dubitare di me stesso. Mi guardo allo specchio e non vedo più le mie qualità, vedo solo lo sguardo che gli altri proiettano su di me, uno sguardo di giudizio, pena o preoccupazione, mai neutro, mai libero. Non mi sento più amato per quello che sono, ma condizionato da un eterno “ma”: “Se solo tu perdessi peso…”.

Questa pressione ha iniziato a intaccare la mia salute mentale. Ansia, isolamento, un senso di colpa cronico che accompagna ogni pasto, ogni foto, ogni uscita. Non sto male solo per il mio corpo: sto male perché sento che, per il mondo, il mio corpo è la mia unica identità.

Ma oggi scrivo queste parole non solo per sfogarmi, ma per reclamare qualcosa: il diritto a essere visto nella mia interezza. Il diritto a non dover dimagrire per essere ascoltato, rispettato, amato. Il diritto di vivere in un corpo grande senza essere ridotto a esso.

So di non essere solo. Tanti vivono questa invisibile battaglia, fatta di sguardi taglienti e sorrisi falsamente compassionevoli. A chiunque si senta come me, voglio dire questo: resistiamo. Continuiamo a raccontarci, a mostrarci, a pretendere che la nostra voce venga ascoltata non nonostante il nostro corpo, ma insieme al nostro corpo. Perché valiamo già. Senza condizioni.

Riflessioni di un padre

Essere genitore non è mai stato semplice, ma farlo oggi, con un figlio adolescente, è una vera sfida. Non ci sono manuali, non esistono risposte universali. Ogni giorno è un equilibrio tra il desiderio di proteggerlo e la necessità di lasciarlo andare. E mentre lui cambia, mi accorgo che a cambiare – forse per la prima volta dopo tanti anni – sono anch’io.

Una delle contraddizioni più forti che noto è questa: i ragazzi di oggi sono sempre online, ma raramente connessi davvero. Passano ore sui social, parlano con decine di persone, ma spesso si sentono profondamente soli. Mio figlio passa ore sui videogiochi come fosse una finestra sul mondo, ma ne esce sempre un po’ più confuso, un po’ più insicuro. I paragoni con le vite “perfette” che ci vengono continuamente proposte sono inevitabili, e minano la fiducia in sé stessi.

Cosa possiamo fare? Limitare il tempo passato al PC può aiutare, ma non basta. E’ importante accompagnarli a un uso più consapevole di questi strumenti. Mostrare che il videogioco è finzione, spiegare che la realtà non è quella che vedono sullo schermo. E soprattutto, offrire alternative concrete: sport, arte, musica, esperienze condivise.

Ricordo quando mio figlio era piccolo: parlava senza sosta, mi cercava per ogni cosa. Oggi spesso si chiude in camera, parla poco, gioca e ascolta musica con le cuffie, e sembra distante anni luce. Ma ho imparato che dietro quei silenzi c’è tutto un mondo: dubbi, domande, emozioni. Non è facile, ma dobbiamo essere presenti, anche quando sembra che non serva.

Il segreto? Ascoltare. Non giudicare. Fare domande senza interrogare. E creare piccoli riti: una cena senza telefoni, una serie TV da guardare insieme, una passeggiata nel weekend. Spesso è in quei momenti “normali” che si aprono spiragli di dialogo.

A scuola, oggi, c’è una pressione enorme. Non si tratta solo di studiare, ma di “funzionare”, di stare al passo, di non sbagliare. Mio figlio, come tanti, vive l’ansia da prestazione in modo molto forte. E la pandemia ha solo peggiorato le cose, lasciando una generazione un po’ più fragile, più diffidente, meno preparata alla socialità.

E noi genitori? Dobbiamo abbassare l’asticella del giudizio e alzare quella dell’ascolto. Aiutiamoli a capire che il valore di una persona non si misura con un voto. E cerchiamo il dialogo con gli insegnanti: una scuola davvero efficace è quella che collabora con la famiglia, che vede ogni studente nella sua interezza, non solo attraverso i numeri.

Essere padre oggi significa imparare a stare nel dubbio. Significa smettere di cercare risposte pronte e iniziare ad ascoltare davvero. Gli adolescenti di oggi crescono in un mondo complicato, ma hanno anche risorse straordinarie. Noi possiamo essere la bussola che li orienta, senza imporre la rotta.

E forse, alla fine, è proprio questo il nostro ruolo: non guidare, ma camminare accanto.

Non sono un esperto, né uno psicologo. Sono semplicemente un papà che prova a fare del suo meglio. Scrivere mi aiuta a mettere ordine nei pensieri, e condividere queste riflessioni è un modo per non sentirmi solo in questo viaggio.

E tu? Hai figli adolescenti? Ti rivedi in queste parole o hai vissuto esperienze diverse? Scrivilo nei commenti: il confronto tra genitori può essere una risorsa preziosa. E se pensi che questo articolo possa essere utile a qualcuno, condividilo!

Thank you for the music

Da quando ho memoria, ricordo di avere sempre amato la musica.
Come molti adolescenti, mi chiudevo in camera ad ascoltare la radio per ore. Solo che avevo 6 anni.
Ascoltavo principalmente canzoni in inglese, e mi affascinava quella lingua che non conoscevo ancora.

Poco dopo mio padre acquistò il nostro primo stereo (un Sansui) e lo portò a casa con due LP: “The Wall” dei Pink Floyd e “The age of plastic” dei Buggles. Entrambi mi folgorarono, per motivi diversi, e li amo entrambi alla follia ancora oggi. Non per nulla i Pink Floyd sono da sempre la mia band preferita.

A 7 anni visto quanto mi piaceva i miei mi comprarono un organo Bontempi e con quello iniziai a fare esperienza, aveva dei ritmi basilari di batteria e suonandoci sopra imparai la suddivisione del tempo.

Alle medie iniziai a studiare canto con un insegnante bravissimo e feci anche il solista nel coro della scuola; smisi quando la mia voce smise di essere una “voce bianca”.

A 14 anni ricevetti una tastiera Technics SX-K700 che all’epoca sembrava un’astronave e che mi permise di sperimentare cose nuove, ricordo che riuscivo a suonare praticamente tutta “Shine on you crazy diamond”, con l’esclusione della parte di chitarra.

Questa cosa però mi faceva incazzare, così poco tempo dopo su “Porta Portese” (chi se lo ricorda?) trovai una chitarra elettrica Gherson imitazione SG, la famosa “Diavoletto”. Ricordo ancora quando mio zio Sergio mi accompagnò a prenderla a Casalpalocco. Non avevo un amplificatore per chitarra e la collegavo senza alcun tipo di effetto all’amplificatore stereo di casa.

A questo punto da totale autodidatta riuscii a registrare sul sequencer della tastiera tutte le parti di “Shine on” suonandoci sopra la chitarra (con, lo ammetto, scarsi risultati).

A 16 anni decisi che la chitarra non faceva per me (anche se ancora oggi mi piace suonarla ma solo per cose semplici) e decisi che con quello che avevo da parte tutto sommato avrei potuto anche comprare un basso elettrico. Mi imbarcai allora col mio Sì Piaggio ed il mio grande amico Stefano (un vero fratello, compagno di tante avventure) verso un negozio che probabilmente non esiste più, e cioè Cristina D’Amore a via Principe Amedeo. L’avventura più grande fu riuscire a portare il basso a casa integro…

Poco tempo dopo ci fu il mio battesimo dal vivo: per l’ultimo giorno dell’autogestione alle superiori (non ricordo se all’epoca facessi il quarto o il quinto) organizzammo un concerto di 5-6 brani nel cortile della scuola, tutti musicisti “scappati di casa” con solo 4 giorni di prove alle spalle. Non ero ancora pratico con il basso e quindi suonavo la tastiera. Però fu un successo, se non per chi ci ha ascoltato sicuramente per noi tant’è che ricordo ancora come fosse oggi le sensazioni che provai.

Dopo la scuola comunque, con il primo stipendio da fattorino in una tipografia, realizzai un mio vecchio sogno: acquistare una chitarra uguale a quella di David Gilmour, così andai da Ricordi a via del Corso e presi una Fender Stratocaster American Standard, che ho ancora oggi e che mi piace da matti.

Comunque, per diverso tempo dopo l’esperienza “scolastica” non ebbi più occasione di suonare in una band, complici la maturità, poi il servizio militare durante il quale conobbi Daniele che suonava la chitarra e che dopo qualche tempo dal congedo mi contattò per provare a suonare insieme. Da lì partì l’avventura “Limited Edition”, con i quali suonai per diversi anni con alterne fortune maturando una grande esperienza delle meccaniche di una band ma rimanendo una sega immane come musicista.

Dopo qualche anno anche quest’avventura terminò, non ricordo bene come o perché. Forse non ci fu nemmeno un motivo preciso. La micidiale combinazione lavoro-famiglia ebbe però una parte importante. Semplicemente smettemmo di vederci. Iniziò così un lungo periodo, circa vent’anni, nel quale pur continuando ad ascoltare musica a ritmo continuo persi l’interesse nel suonare.

E’ difficile dire il perché. Vero è che una volta che inizi a suonare in un gruppo è quasi inconcepibile ricominciare a suonare da solo. La svolta ci fu quando mia figlia Giulia iniziò a studiare chitarra. Iniziai ad ascoltarla mentre suonava nel gruppo del laboratorio e tornò a salirmi la scimmia per riprendere.

L’occasione si presentò nel 2019 quando anche io decisi di iscrivermi alla stessa scuola di musica per studiare sul serio il basso elettrico con Stefano Rossi (bassista, tra gli altri, di Dolcenera).
Già alla prima lezione di prova capii subito quanto avessi sempre sbagliato. La mia impostazione era completamente errata e sotto la sua guida sono riuscito a cambiarla con una più ortodossa, traendo grande giovamento anche nell’efficacia di quanto suonavo.

Iniziai a partecipare anche io ad un gruppo laboratorio nella stessa scuola, fino al febbraio 2020 quando il maledetto Covid interruppe tutte le nostre attività. Quando riprendemmo ebbi la fortuna di suonare per due anni nel gruppo laboratorio insieme a Giulia (ahimè nel doppio ruolo bassista/cantante) e quindi di esibirmi insieme a lei sul palco di Locanda Blues per diverse volte in occasione dei saggi di fine anno organizzati dalla scuola.

Addirittura l’ultimo anno suonai in due gruppi diversi, nel secondo solo come cantante.

Proprio in questo secondo gruppo militava Nello, un signore un po’ anziano con la passione per la musica che guarda caso conosceva un altro signore che stava cercando di formare un gruppo.

Ci incontrammo, suonammo, e formammo alla fine questa band, alla quale nel tempo si aggiunsero altre persone che decisero che il nome più adatto per il gruppo fosse “The Grandfathers”.

Il resto è storia…

(Per Adamo, Alberto, Aldo, Nicola, Paolo e Tranquillino, i membri attuali in rigoroso ordine alfabetico, e Angela che ha cantato con noi fino a pochi mesi fa)