No Vasco, io non ci casco
Lo dico senza vergogna: Vasco Rossi non mi piace. E non perché lo consideri scarso o perché voglia fare il bastian contrario. Semplicemente, non mi piace quello che rappresenta musicalmente e non mi piace gran parte della musica italiana che viene etichettata come rock (Maneskin, siete voi?)
Parto da una premessa importante: riconosco l’enorme impatto culturale di Vasco Rossi. Ha scritto canzoni che hanno segnato generazioni, riempie gli stadi e ha un seguito che pochi artisti possono vantare. Ma il successo non è automaticamente sinonimo di apprezzamento personale.
Il mio problema nasce dal fatto che non riesco a vedere in Vasco quel rock che molti suoi fan descrivono. Quando penso al rock penso a sonorità più dure, a una maggiore ricerca musicale, a una certa attitudine ribelle che va oltre i testi provocatori o l’immagine da trasgressore. In gran parte della produzione rock italiana, e Vasco ne è forse il simbolo più famoso, trovo invece una formula molto diversa: canzoni costruite soprattutto attorno al testo, melodie immediate e arrangiamenti che spesso risultano più vicini al pop che al rock.
In generale faccio fatica ad apprezzare la musica italiana contemporanea proprio per questa ragione. Troppo spesso ho l’impressione che il genere venga definito più dalle parole che dalla musica. Il rock italiano, almeno quello più popolare, mi sembra spesso un compromesso: abbastanza aggressivo da essere chiamato rock, ma abbastanza rassicurante da piacere a tutti.
Non è una questione di superiorità della musica straniera. Semplicemente, nei gruppi e negli artisti internazionali che ascolto trovo un’energia, una sperimentazione e un’identità sonora che raramente riesco a trovare nella scena italiana mainstream.
Per questo Vasco Rossi non fa per me. Non metto in discussione la sua importanza né il diritto di milioni di persone di amarlo. Semplicemente, quando lo ascolto non sento il rock che cerco. E la musica funziona così: non sempre ciò che è amato da tutti riesce a parlare anche a noi.
Probabilmente continuerò a essere una minoranza durante le grigliate estive e le feste di paese, costretto ad ascoltare “Albachiara” come una tassa non prevista dal sistema fiscale italiano. Ma posso conviverci. Dopotutto, il bello della musica è che nessuno è obbligato ad amare gli stessi artisti.