C’è una frase che, più di ogni altra, racconta il carattere del nostro Paese. Non è scritta nella Costituzione, non compare nei programmi di governo e non la troverete in alcun manuale di diritto amministrativo. Eppure è diventata, negli anni, la regola non scritta che ha governato gran parte della nostra vita pubblica:

“Si è sempre fatto così.”

Cinque parole. Apparentemente innocue. In realtà devastanti.

Sono il rifugio di una burocrazia che preferisce complicare anziché semplificare. Sono l’alibi di una politica che rinvia le decisioni difficili. Sono la giustificazione di corporazioni che difendono privilegi ormai anacronistici. Sono, soprattutto, il sintomo di una cultura che troppo spesso considera il cambiamento una minaccia anziché un’opportunità.

L’Italia non è un Paese privo di intelligenze, di creatività o di capacità imprenditoriale. Al contrario, quando gli italiani si trovano nelle condizioni di competere ad armi pari, eccellono praticamente ovunque: nell’industria, nella ricerca, nel design, nella medicina, nell’enogastronomia, nella manifattura e nella cultura.

Il paradosso è proprio questo, non ci manca il talento.

Ci manca il coraggio di cambiare.

Il Paese che discute tutto e decide poco

Ogni riforma, in Italia, sembra destinata a un interminabile percorso a ostacoli.

Commissioni, sottocommissioni, conferenze, tavoli tecnici, pareri, ricorsi, contropareri.

Alla fine, quando una decisione arriva davvero, il mondo è già andato avanti.

Mentre altri Paesi sperimentano, correggono e migliorano, l’Italia continua a interrogarsi se sia davvero il caso di iniziare.

È una lentezza che non nasce soltanto dalla complessità delle istituzioni. Nasce da una cultura profondamente conservatrice, trasversale agli schieramenti politici e alle categorie sociali. Ogni cambiamento viene percepito come una perdita per qualcuno e, di conseguenza, viene ostacolato fino a diventare irriconoscibile.

La burocrazia come fine, non come mezzo

La pubblica amministrazione dovrebbe semplificare la vita dei cittadini mentre troppo spesso accade il contrario.

Negli ultimi anni sono stati fatti passi avanti importanti: SPID, Carta d’Identità Elettronica, PagoPA, fatturazione elettronica, servizi online. Sarebbe scorretto negarlo.

Ma digitalizzare un modulo cartaceo non significa aver semplificato il procedimento.

Abbiamo informatizzato la complessità.

Il cittadino continua a dover presentare documenti che altre amministrazioni già possiedono, a districarsi tra competenze frammentate e a ricevere risposte diverse a seconda dell’ufficio con cui ha la fortuna – o la sfortuna – di confrontarsi.

È il trionfo della forma sulla sostanza.

La giustizia lenta è un lusso che non possiamo permetterci

Ogni governo promette di riformare la giustizia.

Ogni legislatura annuncia la svolta.

Ogni ministro assicura tempi più rapidi.

Poi passano gli anni.

Le riforme arrivano, vengono modificate, corrette, riscritte, ma il problema continua a ripresentarsi.

Una giustizia lenta non rappresenta soltanto un disagio per chi aspetta una sentenza.

È un freno agli investimenti, un costo per le imprese e un fattore che alimenta sfiducia nelle istituzioni.

Uno Stato che impiega troppo tempo a decidere finisce inevitabilmente per perdere autorevolezza.

Le opere pubbliche: il Paese dei cantieri eterni

Esiste una sorta di legge non scritta: più un’opera è importante, maggiore sarà il tempo necessario per completarla.

Tra autorizzazioni, ricorsi, modifiche progettuali, cambi di maggioranza e conflitti di competenze, un’infrastruttura può impiegare anni – talvolta decenni – prima di vedere la luce.

Nel frattempo cambiano i governi e cambiano le priorità; cambiano perfino le esigenze per cui quell’opera era stata progettata e il costo finale cresce.

Sempre.

La politica del consenso permanente

Forse il problema più profondo è che in Italia governare significa spesso evitare di scontentare qualcuno.

Ogni riforma produce inevitabilmente vincitori e sconfitti e allora si preferisce rimandare.

Il risultato è un Paese che affronta le emergenze quando ormai sono diventate croniche.

Natalità, debito pubblico, sanità, fisco, mercato del lavoro, transizione energetica sono problemi noti da decenni eppure continuano a essere trattati come se fossero appena comparsi.

I giovani votano con la valigia

L’esempio più doloroso riguarda probabilmente le nuove generazioni.

L’Italia investe nella formazione di medici, ingegneri, informatici, ricercatori e professionisti altamente qualificati, poi li vede partire.

Non perché amino meno il proprio Paese, ma perché trovano sistemi più meritocratici, stipendi migliori, procedure più snelle e prospettive di crescita più chiare.

La cosiddetta “fuga dei cervelli” non è soltanto una perdita economica ma il sintomo di un Paese che fatica a valorizzare il proprio capitale umano.

Il cambiamento non è il nemico

Attenzione.

Criticare l’immobilismo non significa sostenere che ogni novità sia automaticamente positiva.

Le riforme possono essere sbagliate, le innovazioni possono fallire.

La prudenza è una virtù. L’immobilismo, invece, è un vizio.

Esiste una differenza enorme tra valutare con attenzione un cambiamento e bloccarlo semplicemente perché rompe un’abitudine consolidata.

Ed è proprio qui che l’Italia, troppo spesso, si ferma.

Il rischio più grande

Il danno maggiore non è nemmeno economico ma culturale.

Quando un Paese trasmette continuamente il messaggio che cambiare è impossibile, i cittadini finiscono per crederci.

Le imprese rinunciano a investire e i giovani smettono di immaginare un futuro diverso.

Chi ha idee innovative sceglie altri mercati.

La rassegnazione diventa una normalità ed è una normalità molto più pericolosa di qualsiasi crisi economica.

Perché una crisi può essere superata; la rassegnazione, invece, diventa parte dell’identità collettiva.

L’Italia che potrebbe essere

Eppure basterebbe osservare ciò che il Paese riesce a fare quando decide davvero di farlo.

L’alta velocità ferroviaria è oggi un’infrastruttura riconosciuta tra le migliori d’Europa.

Molte aziende italiane sono leader mondiali nei rispettivi settori.

La manifattura continua a distinguersi per qualità e innovazione.

La ricerca scientifica produce risultati di livello internazionale.

Questo dimostra che il problema non è la capacità ma la volontà.

Quando l’Italia decide, sa essere straordinaria, il guaio è che troppo spesso impiega anni per convincersi che sia arrivato il momento di decidere.

Una domanda scomoda

Forse dovremmo iniziare a sostituire quella frase che accompagna ogni tentativo di innovazione.

Non più:

“Si è sempre fatto così.”

Ma una domanda molto più semplice.

“Perché continuiamo a farlo così, se esiste un modo migliore?”

È una domanda che può sembrare banale quando in realtà è l’essenza stessa del progresso.

Perché le nazioni non restano indietro per mancanza di intelligenza, lo fanno quando trasformano la tradizione in un dogma e la prudenza in immobilismo.

Ed è una distinzione che l’Italia, oggi più che mai, non può più permettersi di ignorare.

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