Nessuno si chiede mai perché passo così tanto tempo con il mio cane. O forse qualcuno se lo chiede, ma non abbastanza da provare a capire davvero la risposta. Mi vedono insieme a lui, magari pensano che sia una semplice abitudine, una compagnia piacevole, una di quelle cose che si fanno perché si ha tempo da perdere o perché, arrivati a una certa età, si finisce per affezionarsi agli animali più del dovuto. Eppure, se potessi spiegare davvero cosa rappresenta per me quel tempo trascorso insieme, forse scoprirebbero qualcosa di me che non sono mai riuscito a raccontare fino in fondo.

Non sono mai stato particolarmente bravo a esternare i miei sentimenti. Non perché non ne abbia, tutt’altro: a volte ho l’impressione di averne così tanti da non sapere bene dove metterli, come tirarli fuori senza sentirmi impacciato, senza provare quella strana sensazione di essere fuori posto. Le parole, quando si tratta di parlare di ciò che sento davvero, sembrano diventare improvvisamente troppo piccole, oppure troppo grandi. Mi sembrano inadeguate, goffe, incapaci di restituire quello che ho dentro. Così finisco spesso per tacere, per affidare ai gesti ciò che non riesco a dire, sperando che qualcuno sappia leggere tra le righe.

Il problema è che non sempre qualcuno lo fa.

E questa è una cosa che, anche se non lo do a vedere, mi pesa. Perché capita di trovare il coraggio di aprire una piccola finestra su quello che si prova, di lasciar uscire un po’ di quel sentimento che normalmente si tiene al riparo, e di avere poi la sensazione che quel gesto sia passato inosservato. Non necessariamente per cattiveria o per mancanza d’affetto. A volte le persone sono semplicemente prese dalla vita, dalle loro preoccupazioni, dalle cose da fare. A volte diamo per scontato proprio ciò che abbiamo più vicino. Eppure, quando succede con le persone che ami di più, con tua moglie, con i tuoi figli, quelle persone per cui, in fondo, vorresti essere capito senza dover ogni volta trovare le parole giuste, può lasciare dentro una piccola ferita.

Non pretendo applausi, né riconoscimenti solenni. Non ho bisogno che ogni gesto d’affetto venga sottolineato o restituito con la stessa intensità. Forse vorrei soltanto sentire, ogni tanto, che quello che provo arriva davvero a destinazione. Che non si perde per strada, che non viene scambiato per una semplice abitudine, che qualcuno si accorge dello sforzo che faccio per superare la mia naturale ritrosia e mostrare una parte di me che faccio fatica a esporre.

Poi c’è lui.

Lui non mi chiede di spiegarmi. Non mi domanda perché oggi sono più silenzioso del solito, non pretende che trovi il modo giusto per raccontargli quello che ho dentro. Non ha bisogno che io sia brillante, divertente, disponibile o particolarmente bravo a comunicare. Gli basta che ci sia. E a me basta esserci per lui.

Quando mi guarda, quando mi viene vicino, quando cerca il contatto con quella naturalezza disarmante che hanno i cani, non mi sembra di dover dimostrare niente. Posso accarezzarlo senza chiedermi se il mio gesto sia eccessivo, se sia il momento giusto, se dall’altra parte verrà interpretato come vorrei. Posso abbracciarlo, parlargli, cercarlo semplicemente perché ne ho voglia. Posso lasciar fluire l’affetto senza doverlo tradurre in una frase, senza il timore che suoni ridicolo o fuori luogo.

E lui lo accoglie.

Non so cosa capisca davvero dei miei pensieri, e non voglio commettere l’errore di attribuirgli una comprensione umana. Ma so che riconosce la mia presenza, che risponde ai miei gesti, che cerca la mia vicinanza e che, a modo suo, mi restituisce qualcosa. Una coda che si muove, una testa appoggiata vicino a me, uno sguardo, il semplice desiderio di starmi accanto. Piccole cose, apparentemente insignificanti, che per me hanno un valore enorme.

Con lui non devo chiedermi se sto dando troppo. Non devo misurare il mio affetto, trattenerlo per paura di sembrare debole o aspettare un’occasione particolare per manifestarlo. Posso voler bene e basta. E cosa ancora più importante posso sentire che quel voler bene ha uno spazio in cui esistere, senza imbarazzo e senza bisogno di giustificazioni.

Credo che sia questo il motivo per cui passo così tanto tempo con il mio cane. Non è soltanto perché gli voglio bene, anche se gliene voglio tantissimo. È perché stare con lui mi permette di dare una forma concreta a una parte di me che, con gli altri esseri umani, troppo spesso rimane nascosta. Mi permette di esprimere quel bisogno di tenerezza che non scompare solo perché sei un uomo adulto, perché hai una famiglia, delle responsabilità, una vita da mandare avanti. Un bisogno che magari impari a mascherare, a rimandare, a considerare meno importante di tutto il resto, ma che continua a essere lì, in attesa di trovare il modo di uscire.

A volte penso che ci si dimentichi quanto possa essere difficile, per alcune persone, mostrare amore. Non provarlo, ma mostrarlo. Perché ci sono sentimenti che dentro di noi sono chiarissimi, eppure quando proviamo a portarli fuori sembrano perdere consistenza, incepparsi, trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che volevamo dire. Ci sono persone che amano attraverso le parole e altre che lo fanno attraverso la presenza, le attenzioni, i piccoli gesti quotidiani. E ci sono persone, come me, che probabilmente hanno bisogno di trovare un luogo sicuro in cui imparare a fare entrambe le cose.

Il mio cane, senza saperlo, quel luogo me lo offre.

Non mi giudica per quello che non dico. Non misura il mio valore sulla base della mia capacità di comunicare. Non mi fa sentire inadeguato perché non trovo sempre il modo di esprimermi. E, soprattutto, non mi fa sentire in colpa per il bisogno di dare affetto. Con lui non devo giustificare la voglia di fermarmi, di dedicargli tempo, di cercare un contatto anche quando non c’è niente di particolare da fare. Posso semplicemente godermi il fatto che siamo lì, insieme, e che per quel momento non serve altro.

Questo non significa che il rapporto con lui sia migliore di quello che ho con la mia famiglia, né che l’amore che provo per mia moglie e per i miei figli sia meno profondo. Sarebbe ingiusto dirlo, e soprattutto non sarebbe vero. Il mio cane non sostituisce nessuno e non colma un vuoto che appartiene a qualcun altro. Semmai, mi aiuta a dare voce a una parte di me che esiste anche nei rapporti umani, ma che non sempre riesce a trovare il modo di manifestarsi. È un affetto diverso, che non compete con nessun altro e non chiede di essere messo a confronto.

C’è però una cosa che vorrei che le persone a me vicine riuscissero a capire. Quando passo tanto tempo con lui, non sto semplicemente cercando una via di fuga dal mondo. Non sto scegliendo un cane al posto delle persone. Sto vivendo un rapporto nel quale mi sento libero di essere affettuoso, senza dovermi preoccupare troppo di come appaio. Sto concedendo a me stesso qualcosa che, in altri contesti, faccio fatica a concedermi: la libertà di mostrare ciò che provo, anche senza parole.

E in fondo è proprio questo che mi commuove del nostro legame: lui riceve il mio affetto, ma mi permette anche di darlo. E non è una differenza da poco. Perché a volte si parla tanto del bisogno di essere amati, di sentirsi compresi, di ricevere attenzioni. Molto meno si parla del bisogno, altrettanto umano, di poter amare liberamente, di avere qualcuno a cui offrire la propria tenerezza, senza sentirsi sciocchi, invadenti o fuori luogo.

Dare affetto fa bene anche a chi lo dà. E a volte ne ha ancora più bisogno.

Non so se il mio cane capisca quanto sia importante per me. Probabilmente non nel modo in cui potrei spiegarlo a un’altra persona. Ma non credo che sia necessario che lo capisca con la testa. Lo sente nel tempo che gli dedico, nella mia presenza, nelle carezze che gli faccio senza un motivo particolare. Lo sente nel modo in cui torno da lui, nel piacere che provo a stargli accanto, nella tranquillità di quei momenti in cui non dobbiamo fare altro che condividere lo stesso spazio.

E io, a modo mio, sento il suo affetto.

Probabilmente è per questo che, quando sono con lui, non mi importa troppo di quanto tempo sia passato. Non sto contando i minuti, non sto cercando di riempire una giornata vuota. Sto vivendo qualcosa che mi fa stare bene e che, senza pretendere niente da me, mi permette di dare qualcosa di buono a qualcun altro. In un mondo in cui sembra che ogni gesto debba avere uno scopo, ogni relazione una spiegazione e ogni sentimento una dimostrazione, questa semplicità ha un valore che faccio fatica a descrivere.

Se qualcuno mi chiedesse perché gli dedico così tanto tempo, potrei tagliare corto e rispondere semplicemente che gli voglio bene. Sarebbe vero, ma non sarebbe tutta la verità.

La verità è che, attraverso lui, riesco a esprimere un affetto che spesso tengo dentro. E’ che con lui mi sento libero di essere tenero, anche quando con gli altri non ci riesco. E’ che, ogni tanto, ho bisogno di sentire che quello che do viene accolto, che la mia presenza conta, che non è necessario trovare le parole perfette per stabilire un legame.

Ed è anche per questo che gli sono così grato. Non perché faccia qualcosa di straordinario, ma perché, semplicemente essendo il cane che è, mi offre uno spazio in cui anche io posso essere quello che sono.

Non so se un giorno riuscirò a dire tutto questo alle persone che amo, senza sentirmi impacciato, senza temere di non essere capito. Mi piacerebbe. Mi piacerebbe riuscire a mostrare più spesso quello che provo, a non lasciare che il silenzio venga scambiato per indifferenza, a trovare il coraggio di dire che anche io ho bisogno di tenerezza, di vicinanza, di sentirmi accolto quando faccio lo sforzo di aprirmi.

Nel frattempo, c’è lui.

E quando mi siedo accanto a lui, quando mi cerca o quando sono io a cercare lui, non penso a quanto sarebbe bello se qualcuno si accorgesse di tutto questo. Per qualche momento non ne ho bisogno. Gli passo una mano sul pelo, lui mi resta vicino, e quel piccolo scambio silenzioso mi ricorda che l’affetto non è sempre una cosa da spiegare. A volte è una cosa da vivere, semplicemente, senza paura di darne troppo e senza vergogna per averne bisogno.

Forse chi ci vede insieme pensa che sia io a fare compagnia a lui.

Non ha tutti i torti.

Ma forse non sa che, in quei momenti, lui sta facendo compagnia anche a una parte di me che non trova spesso il coraggio di farsi vedere. Una parte tenera, vulnerabile, piena di cose da dare e non sempre capace di trovare le parole per farlo.

E allora resto con lui ancora un po’.

Non perché mi manchi qualcosa da fare, ma perché, finalmente, non devo fare niente per dimostrare quello che sento.

Mi basta volergli bene.

E, per una volta, mi basta sapere che lui lo sa.

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