La tolleranza repressiva (v. Repressive Tolerance, H. Marcuse, 1964) è una delle forme più insidiose di controllo del pensiero: non vieta necessariamente le opinioni contrarie, ma le delegittima fino a renderle socialmente inaccettabili. Il dissenso rimane formalmente libero, mentre chi lo esprime viene isolato, screditato o trasformato in un nemico morale.

È un meccanismo che si può osservare anche in una parte della sinistra contemporanea, quando il confronto politico viene sostituito dall’accusa di fascismo. Chi contesta determinate politiche, mette in discussione certe ideologie o rifiuta specifici diktat culturali rischia di essere etichettato come reazionario, intollerante o fascista, senza che le sue argomentazioni vengano realmente affrontate. L’etichetta diventa così un’arma retorica: non serve a confutare un’opinione, ma a suggerire che quell’opinione non meriti nemmeno di essere ascoltata.

Il paradosso è evidente: in nome della tolleranza si finisce per reprimere la libertà di dissentire. Una società che pretende di difendere il pluralismo, ma riconosce legittimità soltanto alle idee conformi alla propria visione del mondo, non pratica una vera tolleranza. Stabilisce piuttosto un confine ideologico tra ciò che si può dire e ciò che deve essere condannato.

La storia offre precedenti significativi. Nel Medioevo europeo, le autorità religiose potevano identificare alcune dottrine come eretiche, sottoporle a censura e perseguire chi le professava. L’Inquisizione, pur con differenze sostanziali tra epoche, territori e istituzioni, rappresentò uno degli strumenti attraverso cui l’ortodossia veniva difesa dall’eresia. Il problema non era soltanto la repressione fisica: era anche la pretesa di stabilire in anticipo quali idee fossero ammissibili e quali dovessero essere escluse dalla comunità dei credenti.

Il paragone non significa equiparare le moderne controversie politiche ai tribunali medievali. Le differenze storiche e istituzionali sono enormi. La somiglianza risiede piuttosto nel meccanismo: ieri l’accusa di eresia poteva trasformare il dissidente in una minaccia per l’ordine religioso; oggi, in determinati ambienti, l’accusa di fascismo può essere utilizzata per presentare l’avversario come una minaccia morale da espellere dal dibattito pubblico.

In entrambi i casi, il rischio è che l’accusa sostituisca l’argomentazione e che la fedeltà all’ortodossia prevalga sulla ricerca della verità. Cambiano le autorità, i linguaggi e le sanzioni, ma la tentazione di rendere incontestabile una visione del mondo rimane.

La vera tolleranza, invece, non consiste nell’accettare soltanto chi la pensa come noi. Consiste nel riconoscere il diritto di parola anche a chi ci contraddice, ci irrita o mette in discussione le nostre convinzioni. Naturalmente, questo non significa sottrarre le idee alla critica né rinunciare a condannare comportamenti realmente autoritari o discriminatori: significa distinguere la confutazione dalla censura e l’opposizione politica dalla persecuzione ideologica.

Quando una parte politica si arroga il diritto di stabilire chi sia democratico e chi sia fascista sulla base della semplice adesione o opposizione alle proprie posizioni, il dibattito smette di essere un confronto tra cittadini e diventa un esame di conformità ideologica.

La libertà di espressione si misura soprattutto quando parla chi non ci piace. Se il dissenso è ammesso soltanto a condizione che non metta in discussione il pensiero dominante, non siamo di fronte a una tolleranza autentica, ma a una tolleranza concessa dall’alto e revocabile a piacimento. Una società libera non teme il dissenso: lo affronta con le idee, non con le scomuniche.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.