Quante volte abbiamo sentito ripetere la frase: adesso bisogna fare sacrifici, poi verrà il momento di vivere? Per quanto mi riguarda ormai è successo così tante volte da aver smesso quasi di metterla in discussione.

È una frase apparentemente ragionevole, anzi, in certi momenti della vita è persino inevitabile. Ci sono periodi in cui bisogna lavorare molto, accettare compromessi, rinunciare a qualcosa, stringere i denti. Il problema nasce quando il sacrificio smette di essere una fase e diventa una condizione permanente. Quando il presente viene considerato soltanto un investimento sul futuro.

Ed è allora che si comincia a vivere come se la propria vita fosse sempre sul punto di cominciare davvero. Ti dici: “Adesso no. Più avanti.”. È sorprendente quante forme possa assumere questa frase.

Non ho tempo per gli amici, perché devo lavorare.

Non posso viaggiare, perché devo mettere da parte dei soldi.

Non posso dedicarmi a quel progetto che mi interessa, perché prima devo sistemare il lavoro.

Non posso stare più tempo con la mia famiglia, perché sto costruendo qualcosa per garantirmi un futuro.

Non posso rallentare, perché questo è il momento decisivo della mia carriera.

Non posso mollare questo lavoro a 5000 km da casa mia, perché tra qualche anno sarò finalmente arrivato a un punto in cui potrò permettermi di vivere diversamente.

E quel “tra qualche anno” ha una caratteristica curiosa: tende a spostarsi.

Prima è a trent’anni. Poi a quaranta. Poi a cinquanta. Poi a sessanta.

Ogni obiettivo raggiunto ne genera uno nuovo. Ogni traguardo diventa la premessa per un altro traguardo. La libertà promessa dal sacrificio viene continuamente rimandata a una data successiva.

Nel frattempo, però, il presente non resta fermo ad aspettare.

Il denaro si può recuperare. Una carriera si può ricostruire. Un’attività si può ricominciare.

Perfino alcune occasioni professionali possono ripresentarsi.

Il tempo, invece, ha una caratteristica molto meno negoziabile: passa una volta sola.

Questa banalità diventa molto meno banale quando la si applica concretamente alla vita quotidiana.

Un figlio ha cinque anni una volta sola.

Un genitore ha settant’anni una volta sola.

Un corpo ha una certa energia in una determinata fase della vita e non necessariamente la conserverà per sempre.

Gli amici cambiano, si trasferiscono, si sposano, hanno figli, attraversano malattie, problemi, trasformazioni. Alcuni rimangono, altri lentamente si allontanano. A volte senza un litigio, senza una rottura, semplicemente perché la vita prende direzioni differenti.

Anche gli interessi personali hanno una loro stagione.

C’è un momento in cui abbiamo voglia di imparare una lingua, suonare uno strumento, viaggiare da soli, fotografare, scrivere, andare a concerti, leggere, costruire qualcosa con le nostre mani o semplicemente vedersi in casa propria per una birra e qualche chiacchiera. Poi magari arrivano dieci anni di lavoro intenso e, quando finalmente abbiamo tempo, scopriamo di non avere più la stessa energia, gli stessi amici, la stessa curiosità o le stesse possibilità.

Il sacrificio non è quindi – ovviamente, altrimenti non sarebbe un sacrificio – gratuito.

Anche quando porta esattamente al risultato sperato, può avere un costo che non viene contabilizzato nel bilancio economico: ciò che nel frattempo abbiamo perso.

La frase “quando avrò…” è un grande equivoco e forse il problema più subdolo è proprio questo: molte persone non stanno rinunciando alla propria vita. Sono convinte di starla rimandando.

È diverso.

La rinuncia è consapevole. Il rimando presuppone che quella possibilità sia ancora disponibile più avanti.

Quando avrò più soldi.

Quando avrò finito di pagare il mutuo.

Quando i bambini saranno grandi.

Quando avrò raggiunto quella posizione.

Quando andrò in pensione.

Il futuro, in questa prospettiva, diventa una specie di contenitore nel quale accumuliamo tutte le cose che non ci concediamo nel presente.

Il problema è che nessuno ci ha garantito che quel futuro esisterà nella forma che immaginiamo.

Possiamo perdere il lavoro.

Possiamo ammalarci.

Possiamo accorgerci di non amare più la persona con cui avevamo programmato il resto della vita.

Possiamo perdere una persona cara.

Possiamo cambiare noi stessi.

Possiamo semplicemente scoprire, dopo vent’anni passati a inseguire un obiettivo, che quell’obiettivo non ci interessa più.

E soprattutto possiamo arrivare finalmente alla destinazione e scoprire di essere diventati persone diverse da quelle che avevano iniziato il viaggio.

Questa è probabilmente la frase che sostiene più di tutte il meccanismo.

Ne varrà la pena.

Ma rispetto a cosa?

Il problema è che raramente facciamo questo calcolo fino in fondo.

Diciamo che vale la pena lavorare sessanta ore alla settimana per dieci anni per costruire un’azienda.

Può darsi.

Diciamo che vale la pena rinunciare quasi completamente al tempo libero per raggiungere una certa posizione.

Forse.

Diciamo che vale la pena non vedere mai gli amici, trascurare una relazione o mettere in secondo piano le proprie passioni per accumulare abbastanza denaro da poter vivere bene più avanti.

Possibile.

Ma “ne varrà la pena” significa implicitamente che sappiamo quanto sarà il guadagno finale e quanto il costo.

Ed è qui che l’equazione si rompe.

Il guadagno è incerto.

Il costo è certo.

Il tempo passato a lavorare esiste realmente. Le serate saltate esistono. Le vacanze non fatte esistono. Le conversazioni che non abbiamo avuto esistono. Le persone che abbiamo trascurato sono esistite.

Il futuro brillante, invece, è soltanto una possibilità.

E’ ovvio, non tutti i sacrifici sono uguali.

Naturalmente sarebbe semplicistico sostenere che lavorare tanto sia sempre un errore.

Non lo è.

Ci sono sacrifici che hanno perfettamente senso.

Un giovane che lavora molto per costruirsi una professionalità può fare una scelta ragionevole.

Una persona che mette da parte denaro per comprare casa può rinunciare a qualche viaggio.

Un imprenditore può attraversare anni difficili per cercare di costruire un’attività.

Un professionista può investire tempo e energie per raggiungere una certa competenza.

Esistono momenti in cui è necessario seminare prima di poter raccogliere.

La questione, quindi, non è sacrificarsi o non sacrificarsi.

La questione è: che cosa stiamo sacrificando, per quanto tempo e in cambio di quale possibilità?

E soprattutto: il sacrificio è sotto il nostro controllo?

Perché esiste una differenza enorme tra dire: “Per i prossimi tre anni lavorerò molto, perché voglio raggiungere questo obiettivo preciso.”

e dire: “Devo continuare così perché un giorno, forse, potrò permettermi di vivere.”

Nel primo caso c’è un progetto.

Nel secondo c’è una delega indefinita della propria vita al futuro.

C’è poi un altro fenomeno interessante: quando una persona vive per anni in una condizione di sacrificio, quella condizione finisce per sembrarle normale.

Le sessanta ore di lavoro diventano la norma. Il telefono sempre acceso diventa la norma. La cena consumata davanti al computer diventa la norma. Le ferie brevi diventano la norma. Il fatto di non avere più hobby diventa normale. Il fatto di non vedere più gli amici diventa normale.

A un certo punto non ci si domanda più:

“Sto vivendo come vorrei?”

Ci si domanda soltanto:

“Come faccio a far funzionare meglio questa vita?”

È una differenza enorme, perché si può diventare straordinariamente efficienti nel costruire una vita che non desideriamo.

Secondo me una delle cose più pericolose è quando il lavoro smette di essere soltanto qualcosa che facciamo e diventa ciò che siamo.

“Che lavoro fai?” è spesso una delle prime domande che facciamo a una persona, come se il lavoro fosse una definizione sufficiente dell’individuo.

Così il successo professionale diventa facilmente una forma di identità e, di conseguenza, ogni sacrificio professionale sembra giustificato.

Se lavoro tanto, sono ambizioso. Se rinuncio al tempo libero, sono disciplinato. Se non mi fermo mai, sono determinato. Se metto tutto in secondo piano per la carriera, sto costruendo il mio futuro.

Sono tutte interpretazioni possibili.

Ma ne esiste un’altra, meno gratificante: magari sto semplicemente usando il lavoro per rimandare il confronto con il resto della mia vita.

Il lavoro è misurabile, la vita no.

Nel lavoro possiamo contare stipendi, promozioni, fatturato, obiettivi, risultati.

È molto più difficile misurare la qualità di una serata con un amico, la serenità di una domenica senza programmi, il tempo passato a parlare con nostra madre o la soddisfazione di coltivare una passione inutile dal punto di vista economico, e forse proprio per questo tendiamo a privilegiare ciò che possiamo misurare.

C’è infine un paradosso: supponiamo che il sacrificio funzioni davvero. Supponiamo di ottenere lo stipendio che volevamo, la casa che volevamo, il ruolo che volevamo, i risparmi che volevamo.

E poi?

Ci ritroviamo spesso davanti a un problema inatteso: abbiamo imparato benissimo a lavorare, ma non necessariamente a vivere.

Le persone abituate a rinviare continuamente il piacere possono avere difficoltà a riconoscere ciò che desiderano quando finalmente non sono più costrette a rinunciarvi.

“Adesso posso fare quello che voglio.”

Benissimo, cosa vuoi fare?

Non sempre la risposta arriva, perché per decenni abbiamo allenato soprattutto la capacità di dire di no.

Forse la soluzione non consiste nell’opposto del sacrificio.

Non si tratta di abbandonare ogni obiettivo, spendere tutto, lavorare il meno possibile e vivere esclusivamente nel presente, anche questa sarebbe una semplificazione.

Forse il punto è smettere di immaginare il futuro come un luogo nel quale finalmente inizierà la nostra vera vita; il futuro dovrebbe essere costruito continuando a vivere nel presente, non mettendo il presente in pausa.

Possiamo mettere soldi da parte e concederci comunque una vacanza.

Possiamo costruire una carriera senza trasformarla nell’unico contenuto della nostra identità.

Possiamo lavorare molto per alcuni anni senza convincerci che dobbiamo farlo per sempre.

Possiamo avere ambizioni e contemporaneamente avere amici.

Possiamo voler guadagnare di più e continuare a coltivare interessi che non producono un centesimo.

Possiamo pensare al domani senza trattare l’oggi come materiale di scarto.

C’è una domanda molto semplice che dovremmo farci più spesso:

Se il futuro che sto aspettando non arrivasse mai, considererei comunque buona la vita che sto vivendo adesso?

Non è una domanda pessimistica.

È quasi il contrario.

Perché obbliga a distinguere tra un sacrificio sensato e un sacrificio diventato un’abitudine.

Se la risposta è sì, probabilmente non stiamo vivendo soltanto per il futuro. Stiamo anche vivendo nel presente.

Se la risposta è no, forse c’è qualcosa da riconsiderare.

Non necessariamente il lavoro. Non necessariamente gli obiettivi.

Forse soltanto il modo in cui abbiamo distribuito il nostro tempo.

La cosa più difficile da accettare è anche quella più ovvia: il futuro non ci deve niente.

Non esiste alcun contratto secondo il quale, dopo aver lavorato duramente per vent’anni, saremo automaticamente ricompensati con salute, serenità, tempo libero, amore e felicità.

Il mondo non funziona così. Possiamo aumentare le probabilità di alcune cose. Possiamo prepararci, risparmiare, studiare, costruire, pianificare ma non possiamo comprare una garanzia.

E allora forse vale la pena smettere di considerare il presente come il prezzo da pagare per ottenere il futuro perché il presente non è il prezzo, è una parte del prodotto finale.

La nostra vita non sarà soltanto ciò che riusciremo a ottenere alla fine. Sarà anche l’insieme delle giornate che abbiamo attraversato per arrivarci, e quelle giornate, una volta passate, non saranno incluse in nessun conguaglio.

Non potranno essere recuperate, non potranno essere comprate con uno stipendio più alto, non potranno essere compensate da una pensione migliore.

Vale la pena ricordarselo ogni tanto perché progettare il futuro è ragionevole, ma consegnargli tutto il presente, un pezzo alla volta, è un’altra cosa.

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