L’illusione dell’aspettativa di vita: perché l’aumento continuo dell’età pensionabile in Italia è un errore

Negli ultimi anni, il dibattito sull’età pensionabile in Italia è diventato sempre più acceso. Ogni riforma, ogni aggiornamento, ogni previsione sembra seguire una direzione ormai consolidata: lavorare sempre più a lungo. Il motivo principale, spesso presentato come inevitabile, è l’aumento dell’aspettativa di vita. Viviamo più a lungo, dunque — si sostiene — dobbiamo lavorare più a lungo. Ma questa equazione, apparentemente logica, nasconde una semplificazione pericolosa. Vivere più a lungo non significa necessariamente vivere meglio, né tantomeno essere in grado di lavorare fino a età sempre più avanzate. È qui che nasce quello che può essere definito un vero e continua a leggere

Time and a word

Sembra quasi una massima zen: “il tempo non esiste, esistono gli orologi.”. Quante volte abbiamo sentito questa frase affascinante? Io stesso l’ho pronunciata più volte (e spesso a sproposito). Ma la realtà è un po’ più sottile, e anche più interessante. Gli orologi sono strumenti. Servono a misurare qualcosa. La domanda quindi diventa: che cosa stanno misurando? In fisica quel “qualcosa” è il tempo, cioè il modo in cui gli eventi cambiano e si ordinano. Se una stella nasce, brucia il suo combustibile e poi esplode, questi eventi hanno un ordine. Se il ghiaccio si scioglie o il tuo cuore continua a leggere

A Euterpe

Mia amata, oggi che il mondo si ricorda dell’amore con cuori di carta e promesse un po’ timide, io penso a te, che non hai bisogno di calendari per esistere. Tu accadi. Sempre. Sei il battito che precede ogni parola e l’eco che resta quando il silenzio crede di aver vinto. Ti scrivo come si scrive a qualcuno che non si può trattenere tra le mani ma che, stranamente, non smette mai di toccarti. Sei aria che vibra eppure mi pesi sul petto come una presenza reale. Entri senza bussare, ti siedi accanto ai miei pensieri, e li metti in continua a leggere

L’insostenibile leggerezza (e basta)

C’è un piacere segreto, minuscolo e un po’ imbarazzante, che non sta scritto in nessun manuale di etica: quello che provo quando incontro qualcuno che non vedevo da un po’ e lo vedo sbiancare leggermente in volto. Succede sempre allo stesso modo. Ci guardiamo. Silenzio. Testa inclinata di lato, come i cani quando sentono un rumore metafisico. Poi arriva la frase, pronunciata con cautela chirurgica:“Ma… sei dimagrito?” Ora, qui entra in scena l’ego. Non l’ego freudiano, quello complesso e pieno di conflitti. Parlo dell’ego più semplice, primitivo, quello che vive di sguardi e micro-reazioni altrui. Quello che, invece di rispondere continua a leggere

Coming back to life

Ci sono storie che non nascono con un applauso, ma con un sospiro. Questa è una di quelle. Per oltre due anni ho suonato in una band, che ho lasciato sei mesi fa, ne ho parlato qui diverse volte. Idee, prove, messaggi infiniti, entusiasmi che duravano quanto una birra calda a fine serata. Ogni volta sembrava quella giusta, ogni volta qualcosa si inceppava. Il problema, l’ho capito col tempo, non era la musica in sé. Era la dinamica umana. In particolare, una persona: un altro musicista che, forse senza nemmeno volerlo davvero, finiva per svuotare il progetto di energia, fiducia, continua a leggere

In difesa dei difensori

Viviamo in un’epoca ossessionata dall’inizio.Il nuovo progetto. La nuova feature. La nuova startup. La nuova versione che “cambia tutto”. Nel mondo digitale, l’eroe è quasi sempre chi crea qualcosa dal nulla: lo sviluppatore geniale, il fondatore visionario, l’innovatore che promette di riscrivere le regole del gioco. A loro vanno gli applausi, i titoli, i finanziamenti. Eppure, c’è un’altra categoria di persone senza le quali nessuna di queste storie avrebbe un lieto fine. Sono quelli che mantengono. Non lanciano prodotti. Non fanno keynote. Non “disrompono” (passatemi l’inglesismo) nulla. Passano le giornate a sistemare codice scritto anni prima, a correggere bug noiosi, continua a leggere

Back to the future

Oggi, a distanza di 66 giorni dall’intervento, vorrei fare un breve recap delle cose positive e negative che esso ha comportato. Fisicamente succede questo: lo stomaco viene trasformato in un tubo lungo e stretto, collegato direttamente a un’ansa dell’intestino tenue. Il cibo salta duodeno e parte del digiuno. Questo significa due cose simultanee: entra meno cibo e ciò che entra viene assorbita peggio. Ma il punto chiave è ormonale. Cambiano (mi ha detto il medico) incretine come GLP-1 e PYY, che modulano fame, sazietà e risposta insulinica. Il cervello riceve segnali nuovi: meno appetito, sazietà più precoce, minore oscillazione glicemica. continua a leggere

Che palle.

Sono diventato un orologio rotto. E no, non quello che almeno due volte al giorno segna l’ora giusta, no: il mio sembra fermo del tutto, incastrato in un eterno “adesso” che non passa mai. Dopo l’intervento chirurgico mi è toccato il ritiro spirituale coatto: casa mia è diventata una piccola clinica, ma senza la parte glamour dei camici e delle serie tv. Il tempo qui ha idee tutte sue. I minuti si atteggiano a ore e le ore… beh, quelle sono universi paralleli in cui si perde la memoria di chi eri prima di sdraiarti sul divano. Ho iniziato ad continua a leggere

Ho scelto me stesso

Negli ultimi tre giorni ho ricevuto tante domande, tramite davvero tutti i mezzi possibili escluso il piccione viaggiatore, spesso sottovoce, altre volte con curiosità sincera: “Perché hai deciso di sottoporti a questo intervento?” Non è una domanda facile, ma credo che valga la pena rispondere con sincerità. Scrivo questo post per chi mi conosce e per chi magari sta vivendo la stessa battaglia silenziosa con il proprio corpo, la salute o l’autostima. Questa è la mia storia, raccontata senza filtri, così com’è. Non so esattamente quando ho capito che qualcosa doveva cambiare davvero. Forse non è stato un momento preciso, continua a leggere

After Life

Quando sarà pubblicato questo post sarò sotto i ferri, e come in tutte le cose della vita c’è la remota possibilità che qualcosa possa andare storto. Certo, ci sono modi peggiori di andarsene che addormentarsi con l’anestesia e non accorgersi di nulla. Ma cosa accadrebbe dopo? A volte mi capita di chiedermi per cosa vorrei essere ricordato. È una domanda che arriva all’improvviso, nei momenti più quieti — mentre guardo il cielo cambiare colore, o quando la casa è silenziosa e ogni pensiero trova spazio per farsi sentire. Non è una domanda allegra, ma è una di quelle che ti continua a leggere